{"id":419,"date":"2009-12-24T13:30:46","date_gmt":"2009-12-24T13:30:46","guid":{"rendered":"http:\/\/5.196.224.66\/?p=419"},"modified":"2015-11-12T17:23:12","modified_gmt":"2015-11-12T17:23:12","slug":"come-ho-ritrovato-la-mia-anima-guzzista","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.animaguzzista.com\/?p=419","title":{"rendered":"Come ho (ri)trovato la mia Anima Guzzista"},"content":{"rendered":"<p>di Lucio Aiello<br \/>\nLa mia storia ( o non storia ) con le moto \u00e8 stata condizionata \u00a0da un evento tragico, la morte del fratello pi\u00f9 giovane di mio padre in un incidente motociclistico, nei primi anni \u201950. Ricordo quella piccola moto sulla quale mia madre non mi permetteva di salire, il dramma che vivemmo tutti, specialmente pap\u00e0 che per quel fratello pi\u00f9 piccolo nutriva un affetto speciale. Era sempre triste, con la cravatta invariabilmente nera ed una \u00a0fascia nera al braccio. Poi la vita piano piano riprese ma la ferita non si \u00e8 mai completamente rimarginata. Ci eravamo da poco trasferiti a Cosenza da Acri, paese di mia madre dove ero nato, e abitavamo in periferia, in garage c\u2019era la vecchia 1100 E di pap\u00e0 che di l\u00ec a poco sarebbe stata sostituita, per fare economia, con una Topolino. La prima Guzzi che vidi\u2026 era uno strano arnese entrato nel giardino di casa, una mezza grossa moto davanti ed un cassone con due ruote dietro, sul lato sinistro del motore c\u2019era una cosa strana che somigliava all\u2019affettatrice del salumiere, girava e girava e non capivo cos\u2019era mentre il motore batteva un colpo dopo l\u2019altro. Ascoltando quel suono tanto particolare chiesi a mio nonno perch\u00e9 fosse cos\u00ec e lui, che era nato nei primi anni \u201990 dell\u2019800 e non aveva la patente, mi rispose cos\u00ec: perch\u00e9 ha un solo cilindro ed un cilindro solo, andando su e gi\u00f9, fa questo rumore, diverso da quello della macchina che cilindri ne ha quattro. Chiaramente mio nonno confondeva fra cilindro e pistone ma ad ogni modo quella fu la mia prima nozione di meccanica anzi di pi\u00f9, fu il motivo per cui per me il rumore della motocicletta \u00e8 stato e rimane quello, o almeno gli deve somigliare. A quel tempo le automobili in giro erano molto rare, al posto dei taxi c\u2019 erano le carrozzelle, il lattaio arrivava in calesse. Anche le moto, per quanto pi\u00f9 numerose,erano sempre poche. In prevalenza scooter, le moto vere erano pi\u00f9 rare ma mi piacevano molto di pi\u00f9, erano in genere piccole tranne quelle della Stradale ( o Milizia come diceva pap\u00e0) che incontravamo in genere fuori citt\u00e0 e che avevo capito essere le parenti belle del motocarro. Capitava di incrociarle o di essere sorpassati, mi piaceva il loro incedere imponente, il loro andare veloci senza sforzo. Pap\u00e0 not\u00f2 questo interesse e una volta, quasi sottovoce, mi disse queste parole rivelatrici: \u201csono Moto Guzzi\u2026 sai, quando ero in Africa \u00a0anch\u2019io ne ho avuto una, una 500 come questa a parte il colore, la mia era rosso scuro\u2026la motocicletta \u00e8 una cosa bellissima, ma \u00e8 pericolosa, troppo\u2026\u201d Oltre alle Guzzi della Stradale ce ne erano altre che mi sembravano uguali, solo che erano rosse e piano piano mi accorsi che erano un po\u2019 pi\u00f9 piccole\u2026poi ce n\u2019erano senza l\u2019affettatrice, ce n\u2019era una strana che somigliava alla vespa e aveva la ruota di scorta, una piccola carinissima che era quasi una bicicletta e faceva un rumore strano\u2026 Il parco moto,almeno dalle mie parti, era rigorosamente nazionale: oltre alle Guzzi si vedevano Gilera, Morini, Bianchi, Ducati, ma anche Mondial, MV, Benelli, Aermacchi, Guazzoni \u2026 moto piccole, 125, 150, 175 e qualche 250, ricordo nettamente l\u2019estate del \u201859 quando rimasi a bocca aperta sul lungomare di Diamante al cospetto di un sidecar Guzzi ( doveva essere un Falcone ma potrebbe essere stato anche un Astore). Avevo ormai 15-16 \u00a0anni quando vidi per la prima volta una BMW (di un amico di mio zio guardato con diffidenza dai paesani perch\u00e9 con quella moto andava e veniva da Roma) che mi piacque molto anche se il rumore mi deluse \u00a0non poco, per le inglesi dovr\u00f2 aspettare ancora pi\u00f9 a lungo. Imparai a guidare l\u2019estate del 5\u00b0 ginnasio sulla Vespa 50 di Luigi, mio amico e compagno di classe. Eravamo in due o tre che ce la disputavamo e la poveretta raramente riposava a meno che i soldi per la miscela non fossero proprio finiti. L\u2019anno dopo and\u00f2 ancora meglio. Enzo, due anni pi\u00f9 piccolo di me, arriv\u00f2 addirittura con un Corsarino, una moto vera anche se piccola, con un cambio a bilanciere e 4, dico 4 marce tirando le quali sembrava veramente di volare, anche grazie al sound che non aveva nulla da invidiare a quello di moto pi\u00f9 grandi. Enzo se possibile era ancora pi\u00f9 generoso di Luigi ed io me ne approfittavo, d\u2019altra parte infilare una curva dopo l\u2019altra era una vera goduria ed i giri diventavano sempre pi\u00f9 lunghi. Se un 50 va cos\u00ec, cominciai a pensare, immaginiamoci come deve essere un 125. Allora secondo me non c\u2019era nulla meglio del Corsaro, tra l\u2019 altro piuttosto diffuso. Lo Stornello della Guzzi non mi piaceva allo stesso modo, ancora meno mi piaceva la Gilera. Tuttavia dovendo convincere mio padre scelsi di proporgli proprio lo Stornello, visto che quando mi parlava della sua vita ad Addis Abeba il discorso finiva sempre con le scorribande, su piste o strade appena tracciate, in sella alla sua mitica Moto Guzzi. Mentre facevo altre esperienze (varie Vespe, la Lambretta di Ottavio, il Brio (!) 100 di Pasquale) presi il discorso alla larga, lasciavo per casa depliant, alla fine affrontai di petto l\u2019argomento ma pap\u00e0 fu irremovibile; non avrebbe dormito la notte, non si sarebbe mai potuto perdonare, mi disse, se mi fosse capitato qualcosa. Capii che al momento non era il caso di insistere ma continuavo a desiderare una moto, ormai stavo diventando grande, facevo la terza liceo ed ad aprile del \u201967 presi la patente e quindi cominciavo a puntare moto pi\u00f9 grandi di una 125. Purtroppo pap\u00e0 non cedette di un millimetro e per firmare un qualsiasi contratto allora ci volevano i 21 anni. A 21 anni per\u00f2, terzo anno di Medicina, con due amici comprammo una spider, una vecchia Austin Healey frog eye. L\u2019ultimo anno di corso mio padre mi regal\u00f2 la mia prima macchina, una Mini blu. Il parco moto nella capitale era interessante ma io in moto ci andavo qualche volta da passeggero, diciamo che le moto le seguivo da lontano, non le avevo dimenticate ma non erano mai all\u2019 ordine del giorno, vissi da lontano anche l\u2019invasione delle moto giapponesi, ne provai un paio ma senza entusiasmarmi. Certo la Ducati 450 Scrambler \u00a0di Paolo (unico nella cerchia degli amici pi\u00f9 intimi ad avere una moto) era veramente un\u2019 altra cosa, bellissima nella sua livrea gialla era una favola anche andarci da passeggero, con una marcia scalata ed il gas spalancato il martellio del motore era un\u2019estasi adrenalinica. Mi piaceva una Norton che vedevo parcheggiata al Bowling dell\u2019acqua acetosa ma non sapevo neanche di chi fosse, subito dopo la laurea mi imbattei in un tale che vendeva moto usate e mi innamorai di una Bonneville vecchia di 10 anni, la desideravo senza averla mai provata, tanto mi piaceva. Il prezzo era basso, troppo addirittura. Poi appresi che la moto avrei potuto averla subito, appena scucito il grano, ma che i documenti mi sarebbero arrivati dopo, in quanto era di un militare americano. Forse non c\u2019era niente di strano, certo che il mio entusiasmo ne ebbe un duro colpo, me ne andai al mare. Al ritorno avevo altri pensieri, se pensavo alla moto mi veniva in mente Paolo che nel frattempo \u00a0insieme a Renata aveva avuto un brutto incidente con la Ducati, avevo domande e concorsi da fare, una fidanzata a Perugia, insomma il momento magico era passato ed io non l\u2019avevo colto e per molti anni in pratica non ci pensai pi\u00f9. Certo le moto le guardavo, non seguivo granch\u00e8 il mercato ma notavo le novit\u00e0, anche se rare le grosse Guzzi capitava di vederle anche a Cosenza dove nel frattempo ero tornato, mi colp\u00ec molto una 1000 Idroconvert \u00a0azzurra che incontro ancora oggi, si vedeva qualche 1000 SP, pi\u00f9 tardi arrivarono delle bicilindriche pi\u00f9 piccole, si videro le prime California\u2026. C\u2019erano altre moto interessanti, l\u2019Aermacchi ora \u00a0si chiamava Cagiva, la Morini 3 e mezzo, le Ducati e poi \u00a0tante giapponesi, le BMW\u2026 Nell\u201984 il momento magico mi pass\u00f2 di nuovo vicino, per un anno lavorai come aiuto nell\u2019Ospedale di Rogliano (una ventina di Km da Cosenza) e insieme a me c\u2019 era Paolo, quello del Ducati di oltre dieci anni prima. Aveva da poco comprato una Suzuki usata e qualche volta mi feci dare un passaggio lungo la vecchia statale. Mi rivenne la voglia di comprarmi una moto, con Paolo ne parlammo, andai anche in giro, vidi qualche moto interessante ma alla fine\u2026..comprai un\u2019 altra vecchia spider inglese. Effettivamente avere una Triumph Spitfire quando si hanno due bambini piccoli, qualche nipotino e poi i gli amichetti dei figli, ed i figli degli amici che la spider non ce l\u2019hanno, \u00e8 una bella cosa, ma ancora una volta stavo per fare una cosa che desideravo fin da piccolo e mi ero nuovamente fermato. Mi sono spesso chiesto il perch\u00e9 di questo comportamento. Indubbiamente ancora pesava \u00a0il timore degli anni giovanili, quello di dare un un motivo di ansia a mio padre al quale sono stato sempre molto legato, ma forse il motivo vero era un altro, forse quel terribile incidente di tanti anni prima aveva inciso troppo profondamente sulla mia psiche di bambino lasciando una cicatrice indelebile, certo \u00e8 che ogni volta che stavo per comprarmi una moto, magari fortemente desiderata come era avvenuto con la Triumph, al momento di concludere mi bloccava una strana paura, come quella che ti impedisce di tuffarti da un trampolino. Passarono anni ed anni, alle moto non ci pensavo pi\u00f9 anche se ogni tanto le osservavo o notavo qualche novit\u00e0. Non guidai pi\u00f9 per molto tempo se non qualche scooter , ma francamente non provavo nessun piacere. Poi il dieci settembre del 1993 Marco comp\u00ec i 14 anni e gi\u00e0 durante la primavera successiva cominci\u00f2 ad avanzare la richiesta di un motorino. Onestamente non sapevo come regolarmi, a dire perentoriamente di no ci pens\u00f2 mia moglie, con un tono che non voleva ammettere repliche. Io mi feci scappare qualche mezza promessa cercando un compromesso, una dilazione del problema ma alla fine dell\u2019anno gli dissi: st\u00e0 tranquillo, avrai il motorino, ti do la mia parola. Detto questo non potevo pi\u00f9 tirarmi indietro e ne ero, nel mio intimo, sollevato. Nelle more mi ero documentato su caratteristiche, prezzi, prestazioni, assistenza ecc. ma era tutto un lavoro inutile. Marco infatti, che ha sempre avuto le idee chiare, aveva deciso gi\u00e0 da tempo e voleva l\u2019F10 della Malaguti, quello e solo quello, non ricordo se il colore amaranto fu una sua scelta o era l\u2019unico disponibile. Lo andai a ritirare io, secondo me per fargli una sorpresa al ritorno da scuola. Marco era felicissimo, il suo Malaguti quasi se lo portava in camera la sera. Piano piano presi confidenza col variatore anche se all\u2019inizio mi capitava di zampettare e dovevo stare attento a non accelerare quando ero fermo al semaforo. La guida era facile e anche divertente ma ovviamente non potevo approfittarne troppo perch\u00e9 Marco ci andava a scuola, allo stadio, a giocare a calcio, alle feste, insomma dappertutto come era giusto che fosse. Io ero contento di averlo fatto contento, all\u2019inizio stavo un p\u00f2 in ansia ma ogni tanto lo osservavo mentre guidava e mi tranquillizzavo. Venne l\u2019estate, ce ne andammo come al solito al mare e poi come sempre ci aspettava la nostra casa in Sila da dove io facevo il pendolare. Quell\u2019estate per\u00f2 c\u2019era un problema: chi lo porta il motorino da Cosenza a Camigliatello? Un po\u2019 avevo la classica ansia paterna, un poco forse avevo inconsciamente voglia dopo tanti anni di farmi una bella strada di montagna con una due ruote, certo che fui perentorio: il motorino in Sila lo porto io, faccio la strada vecchia e basta. Partii verso le dieci di mattina in una bella giornata di sole, avevo un giubbotto leggero e per precauzione, dovendo passare un valico a 1600 metri mi portai un giornale come facevo tanti anni prima, quando neanche immaginavo l\u2019 abbigliamento \u201ctecnico\u201d. Casco ovviamente niente, quello di Marco non conteneva il mio testone e non pensavo certo di comprarne uno per andare una tantum \u00a0con l\u2019F10. A met\u00e0 percorso attaccai la salita verso Montescuro, il tracciato della Coppa Sila, gara di velocit\u00e0 in salita un tempo valevole per il campionato italiano della montagna. Un po\u2019 mi preoccupavo per la tenuta del motore ma l\u2019 F10 andava spedito una curva dopo l\u2019altra. Arrivato al valico mi fermai a guardare il panorama, che avr\u00f2 visto mille volte ma adesso provavo una sensazione particolare, tornai con la mente a quando c\u2019ero passato col Corsarino un numero infinito di anni prima, mi venne un groppo in gola, sentendomi il ragazzino di allora. Ripartii in fretta ma subito rallentai e mi feci tutta la discesa piano piano, facevo curve e poi curve e poi curve e quando chiudevo il gas sentivo, oltre allo scoppiettio del mio due tempi, un rombo cupo di freno motore, all\u2019uscita di un tornante mi sembr\u00f2 di vedere sopra di me una grossa moto bianca, rallentavo e guardavo negli specchietti ma dietro non avevo nessuno eppure quel rombo ritornava ad ogni curva, \u00e8 chiaro che era solo nella mia mente. Arrivato a casa non ci pensai pi\u00f9 ma avevo dentro una strana inquietudine, ogni tanto mi sembrava di sentire il motore della moto immaginaria che mi aveva fatto compagnia nel silenzio di quella strada silana, piano piano mi accorsi che stavo riprendendo a guardare le moto. In giro se ne vedevano ormai tante, in gran parte giapponesi. Cominciai a orientarmi fra le varie tipologie, che ai miei verdi tempi non c\u2019erano come le custom che ora erano forse le pi\u00f9 diffuse o le enduro stradali. Oltre alle dilaganti giapponesi c\u2019erano un po\u2019 di BMW, le italiane erano Ducati, poche le Guzzi, ancora pi\u00f9 rare le Morini e le Cagiva. Volevo, di nuovo intensamente volevo avere una moto. Una parte di me mi consigliava prudenza, \u00e8 assurdo pensare ad una moto se non l\u2019hai mai avuta mi diceva, se negli ultimi 20 anni avrai fatto 20 kilometri con moto prestate e qualche centinaio con il motorino di tuo figlio che sar\u00e0 anche brillante ma \u00e8 sempre un cinquantino. L\u2019altra parte si ergeva invece a difesa del mio desiderio, enfatizzava le mie esperienze con le varie Vespe, Lambrette, Brio 100 e quant\u2019altro, le scorribande \u00a0in Sila col Corsarino si dilatavano nella memoria fino a divenire raid memorabili, i giri dell\u2019isolato o poco pi\u00f9 fatti col Ducati di Paolo, i cento o duecento metri con la Laverda di Luciano, le brevissime prove con le jap diventavano viaggi. Nel frattempo accadevano altri fatti importanti: il mio giovane amico Arturo, che da tempo aveva fatto il salto di qualit\u00e0 passando dal Vespone ad una Suzuki bicilindrica che avevo provato non rimanendo entusiasta ma traendone la convinzione che sapevo ancora guidare, era passato ad una attempata ma sempre bella Honda CB 750 nera che poi aveva venduto a Riccardo, senza moto dai primi tempi dopo la laurea quando, finito su un marciapiede con la Vespa, era stato in coma tre giorni per trauma cranico. Naturalmente provai anche queste moto ed il mio ego ne usciva sempre pi\u00f9 rafforzato. Finita l\u2019estate del \u201995 mi misi alla ricerca di un usato che doveva essere in buone condizioni, facile da guidare e soprattutto di costo contenuto \u00a0in modo che, se mi fossi dimostrato incapace di riprendere confidenza con la guida o mi fosse passato l\u2019entusiasmo non me ne venisse anche un danno economico oltre a quello morale. Nella mente avevo ristretto a pochi modelli la scelta: una Guzzi della \u201cserie piccola\u201d, in giro si vedevano diverse 350 specialmente custom, o l\u2019Honda Nighthawk 450 bicilindrica. Pensavo, a ragione, che fossero facili da guidare, non avevano quelle strane pedane avanzate e non si doveva viaggiare col sedere rasoterra, mi sembravano adatte anche per fare qualche viaggetto una volta che ci avessi preso la mano. Le sole Guzzi usate che trovai erano una vecchia California, che mi incuteva soggezione per la mole ed aveva un prezzo esorbitante, ed una Imola \u00a0incidentata. Della Honda trovai una 650 con il quattro cilindri che sembrava messo per sbaglio in quel telaio e con un bruttissimo faro rettangolare, non volli \u00a0(e me ne pentii) una Kawasaki \u00a0riverniciata un po\u2019 alla buona ma che costava una sciocchezza e che poi fece un ottimo servizio ad un altro mio amico, provai una strana Yamaha \u00a0250 semicustom col freno a tamburo davanti, insomma non arrivavo a concludere finch\u00e8 Arturo non mi inform\u00f2 della disponibilit\u00e0 di una Suzuki 400 GSX in ottime condizioni, di propriet\u00e0 di un Infermiere del nostro stesso Ospedale. \u00a0Io ad una sportiva con i semimanubri non ci pensavo ma andai comunque a vederla. La moto si presentava bene, in sella poggiavo comodamente le piante dei piedi, un tocco allo starter ed ecco un bel rumore, diverso da quello che mi era sempre piaciuto \u00a0ma comunque cupo e gradevole, che diveniva un urlo salendo di giri. La prova fu brevissima anche perch\u00e9 ero in giacca e cravatta e senza casco, \u00a0mi colpirono la regolarit\u00e0 del motore, la frizione morbida ed il cambio dolce, il freno davanti che arrestava la moto col mignolo. Soprattutto era ormai la fine di ottobre ed avevo paura che, come era successo in altre occasioni, passato il momento magico chi sa se e quando questa benedetta moto l\u2019avrei comprata. Ci mettemmo d\u2019accordo e qualche giorno dopo, esperite le formalit\u00e0 e comprato un casco jet adatto al mio testone andai a prendere l\u2019oggetto tanto agognato a casa del vecchio proprietario. Partii con una certa trepidazione, feci qualche chilometro e ad un certo punto, fermo \u00a0ad un incrocio in salita, la moto mi si sdrai\u00f2 fra le gambe. Ripartito, caddi di nuovo per fortuna ancora senza conseguenze. Come inizio non era dei migliori ma il guaio fu che mi scivol\u00f2 di tasca il libretto di circolazione. Quando me ne accorsi andai subito a cercarlo (con la macchina) \u00a0e lo \u00a0trovai ridotto in tanti brandelli che Riccardo con infinita pazienza mise insieme. Il giorno dopo un\u2019altra caduta da fermo, che per fortuna fu l\u2019ultima. Capii che il problema erano i semimanubri bassi e stretti e il poco sterzo, mi ricordai che persino in bicicletta mi metteva in difficolt\u00e0 il manubrio tipo corsa, comunque ci stetti attento e non caddi pi\u00f9. Erano i primi di novembre e faceva freddo ma se non pioveva ed avevo un po\u2019 di tempo me ne andavo in giro, con un vecchio giaccone e la sciarpa di lana. Col tempo buono mi facevo in solitudine qualche centinaio di chilometri, avevo comprato un casco integrale, il primo giubbotto Danese, gli stivali e una tuta antipioggia intera ma andavo piano, troppo piano, all\u2019inizio mi sorpassavano persino i pullmann. Avevo capito di aver comprato la moto sbagliata ma non demordevo. La moto andava bene, ma io mi sentivo insicuro con quell\u2019assetto di guida e non riuscivo ad essere disinvolto. Oltre al manubrio stretto e basso ed al poco sterzo, che non andavano bene per la guida lenta, c\u2019era anche il motore che girava regolare e non mi costringeva a cambiare troppo spesso ma spingeva con poca energia finch\u00e8 io non davo gas, il motore entrava in coppia e\u2026.mi spaventava con quella specie di effetto turbo che invece doveva aver fatto felici i precedenti proprietari. Andando piano il peso della moto si sentiva tutto ed era piuttosto in alto, io tendevo a guidare come avrei fatto con una Vespa e quindi a curvare col manubrio piuttosto che col corpo insomma era un problema, avevo una bella moto che non sapevo guidare ma non c\u2019era altra soluzione, dovevo metterci impegno. Tutto l\u2019inverno and\u00f2 avanti cos\u00ec, a marzo era gi\u00e0 primavera ed io ero un po\u2019 migliorato ma nel frattempo c\u2019era una novit\u00e0, un\u2019epidemia di ritorno alla moto. Il contagio si diffondeva rapidamente e cos\u00ec diversi amici vecchi e nuovi si rimettevano in sella dopo anni ed anni di letargo, qualcuno si presentava con la moto del figlio, qualcuno non aveva mai smesso, insomma in breve ci trovavamo praticamente tutti i sabati,fra le due e le tre, davanti ad una benzina a 50 metri da casa mia. Sorse cos\u00ec un motoclub del tutto informale che a causa della nostra et\u00e0 si chiam\u00f2 ANTAMOTOCLUB. Era ed \u00e8 una comunit\u00e0 aperta con un nucleo ristretto, altri soci pi\u00f9 o meno assidui come me, amici occasionali.I primi tempi restano indimenticabili, ogni sabato pomeriggio si andava in giro per strade dimenticate dietro l\u2019angolo in posti dai quali mancavamo magari dai tempi del liceo, a scoprire o a riscoprire a due passi da casa un castello piuttosto che un ponte romano, una torre normanna, un antico monastero o un passo di montagna dal quale si vedeva il mare. Oltre a noi pi\u00f9 anziani c\u2019erano anche dei ragazzi, le moto erano di vario tipo, dalla VFR 750 al Cagiva River, dal Monster 900 all\u2019 Honda Goldwing ed al Transalp. La prima Guzzi, una fiammante Nevada 750 blu, la \u00a0compr\u00f2 \u00a0Ettore, il mitico Professore che nei primi anni \u201970 veniva da Palermo a Cosenza con una MV Agusta 150 e che da un po\u2019 di tempo era tornato in sella su una piccola Yamaha 250. Nel misto lento tutto bene, il gruppo si mantiene compatto e unito, il problema per me viene quando si pu\u00f2 aprire il gas, allora tutti a mano a mano mi sorpassano, non solo com\u2019\u00e8 ovvio le supersportive ma anche le varie Cagiva River, le enduro, una volta addirittura Piero con l\u2019Aprilia Leonardo. Nonostante mi ci metta d\u2019impegno \u00e8 sempre la stessa cosa, parto nelle prime posizioni, ad uno ad uno mi superano tutti, piano piano li perdo di vista, alla fine se non sbaglio strada li trovo fermi ad un incrocio, benevolmente fanno finta di essersi fermati un attimo prima. E\u2019 ancora peggio quando mi accorgo che uno o due volontari rimangono di proposito alle mie spalle, forse hanno paura che nel tentativo di non rimanere attardato possa schiantarmi contro un albero o un parapetto, insomma i miei progressi sono lentissimi ed il mio ego soffre. Ci sarebbe qualche occasione per macinare un bel po\u2019 di km, ad esempio un amico organizza un congresso di Chirurgia a Paestum, ci vanno altri colleghi in macchina e quindi non avrei neanche \u00a0il problema del bagaglio ma alla fine non me la sento. Del resto quando me ne vado in giro da solo non riesco a fare pi\u00f9 di un centinaio di km senza fermarmi, anche se mi secca devo ammettere che la moto mi stanca. Provo tutte le moto che mi \u00e8 possibile provare e con tutte, tranne ovviamente le sportive, mi trovo meglio che con la mia, anche con le enduro che all\u2019inizio mi mettevano soggezione per l\u2019altezza da terra e che erano diventate la passione di Arturo ( da allora ne ha avute 8); la prima era una datata Guzzi 65 NTX, esteticamente bruttina ma sorprendentemente maneggevole. A questo punto \u00e8 necessario \u00a0fare un passo indietro: appena compiuti i 16 anni Marco mi disse che voleva prendere la patente A. Come, un anno fa ti ho comprato il \u00a0motorino e gi\u00e0 vuoi cambiarlo? Fra due anni hai la patente B, puoi aspettare. Certo mi rispose, aspetto, ma a 18 anni non \u00e8 che mi posso accontentare di una 125. Giusto, ma intanto dovetti insegnargli l\u2019unica cosa che non sapeva fare, usare il cambio. Dapprima in un cortile poi lungo qualche stradina di campagna impar\u00f2 rapidamente tanto che una volta, ma giuro che fu una volta sola, lo lasciai guidare con me dietro lungo una strada provinciale per una quindicina di km. All\u2019esame, con una Red Rose in prestito, non ebbe ovviamente problemi. All\u2019avvicinarsi dei 18 anni torn\u00f2 sull\u2019argomento e mi chiese di trovargli un usato in quanto, mi spieg\u00f2, doveva trattarsi di una moto a potenza limitata e quindi \u201cprovvisoria\u201d in attesa dei 21 anni, quando avrebbe potuto guidare di tutto. Io non so se in queste faccende c\u2019\u00e8 un destino certo \u00e8 che dopo appena una settimana mi chiama Arturo e mi dice che in un salone di auto usate c\u2019\u00e8 una Guzzi 350 in vendita. All\u2019autosalone, situato in una traversa che sembra fatta apposta per non essere trovata, di moto c\u2019\u00e8 solo quella, chiedo qualche informazione al venditore che mi sembra tutt\u2019altro che interessato alla vendita, portiamo la moto fuori e la guardiamo con attenzione: tranne la cromatura del portapacchi un po\u2019 rovinata mi sembra davvero in buone condizioni e non dimostra i suoi 14 anni n\u00e9 i chilometri percorsi. E\u2019 una custom ma la posizione di guida \u00e8 da stradale, ha il \u00a0manubrio a corna di bue non esageratamente ampio, quello che non mi piace \u00e8 il parabrezza troppo grande. Non trovo il manettino dell\u2019aria al manubrio ma con un minimo di perseveranza il motore si avvia e comincia a scaldarsi col suo classico minimo zoppicante, Arturo saggia la forcella e gli ammortizzatori, dice tuttoocchei dopodich\u00e9 monto in sella e parto per un giro di prova. La guida \u00e8 facile, la sella bassa ed il manubrio all\u2019altezza giusta mi danno sicurezza. All\u2019inizio rimango un po\u2019 sconcertato dal motore ruvido, trattoroso anche perch\u00e9 \u00e8 solo un 350 e bisogna lavorare un po\u2019 col cambio che \u00e8 duretto, mi sembra di guidare una moto d\u2019epoca al confronto con la mia Suzuki dal motore \u201celettrico\u201d e dal cambio leggero e preciso. Quando l\u2019andatura si fa un p\u00f2 allegra e scalo due marce alla svelta avverto un principio di bloccaggio alla ruota posteriore ma la cosa non mi manda in panico, il giro si prolunga pi\u00f9 del necessario e mi diverto. Marco, che ha sempre avuto le idee chiare, si limita ad andarla a vedere e mi d\u00e0 il via libera per l\u2019acquisto. Vado a trattare con il proprietario, un distinto signore di Torino che mi racconta dei suoi giri con quella Guzzi sulle montagne della Calabria, ci mettiamo d\u2019accordo e lui \u00a0mi dice: \u201cvedr\u00e0, vedr\u00e0, suo figlio sar\u00e0 contento e la moto a lei piacer\u00e0 ancora pi\u00f9 che a lui\u2026\u201d. Visto che Marco poco dopo l\u2019acquisto era a Perugia e che ogni tanto bisognava far girare la Guzzi per non farla arrugginire cominciai ad alternare le due moto ed il contrasto era stridente, nella Suzuki tutto era liscio, morbido e vellutato, nella Guzzi tutto era grezzo,rumoroso, meccanico. Del resto era quasi assurdo fare paragoni, quattro cilindri contro due, sedici valvole contro quattro, due alberi a camme in testa contro aste e bilancieri eppure\u2026.per chiudere il discorso facevo ricorso alla cavalleria della Suzuki e quando la strada era diritta la potenza e l\u2019allungo del 4 cilindri erano tutt\u2019altra cosa. Peccato che l\u2019avevo da due anni e non avevo ancora imparato a guidarla mentre con la Guzzi ci avevo preso subito mano e mi sorprendeva la facilit\u00e0 con la quale affrontavo i percorsi ricchi di curve, in salita la ripresa da bassa velocit\u00e0 richiedeva un uso frequente del cambio ma era facile capire quando dovevo salire o scendere di marcia, in discesa mi sentivo molto pi\u00f9 sicuro col busto eretto e le mani poggiate sul manubrio, anche la forza del freno motore mi aiutava a sentirmi pi\u00f9 tranquillo. Quell\u2019estate Marco se ne and\u00f2 da solo al mare con la Guzzi stivando le sue cose in un borsone , io ovviamente ero un po\u2019 in pensiero ma in fondo lo invidiavo, nel giorno previsto per il rientro andai ad aspettarlo per strada con due ore d\u2019anticipo. Una Nevada 750 amaranto l\u2019aveva presa un giovane Neurochirurgo, mio quasi omonimo, che prima aveva un\u2019Aprilia Classic 125 che ovviamente avevo provato. Mi fece provare anche la Nevada ma il primo giro, breve e quasi tutto in citt\u00e0, fu \u00a0una mezza delusione in quanto mi sembrava di guidare la vecchia V35 C. Certo, il motore aveva una bella coppia ai bassi regimi e una buona dozzina di cavalli in pi\u00f9 in alto ma questo in citt\u00e0 serviva poco, se non ad usare meno il cambio. In seguito la provai ancora ed almeno in parte mi ricredetti. Il miglioramento rispetto alla V35 c\u2019era anche se la qualit\u00e0 generale era forse addirittura inferiore, la trasmissione era meno rigida e scorbutica, agli alti regimi le vibrazioni erano meno fastidiose, la frenata era pi\u00f9 modulabile e non c\u2019era pi\u00f9 il sistema integrale ma sostanzialmente la moto era quella e non capivo che forse il fascino stava proprio l\u00ec\u2026\u2026. Ancora non mi ero ammalato e durante il corso di laurea in Medicina non me lo avevano insegnato ma c\u2019\u00e8 una malattia strana ad etiologia complessa, in parte genetica ed in parte acquisita, conosciuta come guzzismo (ai Colleghi che volessero approfondire l\u2019argomento consiglio il lavoro scientifico \u201cPsicopatologia del Guzzista\u201d di P. Pintore contenuto nel trattato \u201cMOTO GUZZI quando le moto hanno l\u2019anima\u201d, AA.VV. a cura di G. Puccetti , Mondadori Editore, Milano 2007 \u2026.) Nel mio caso l\u2019incubazione della malattia \u00e8 stata piuttosto lunga ed io non mi accorgevo dei sintomi. Non avevo fatto caso, ad esempio, che il rumore della moto immaginaria era quello di una Guzzi, quando mi incontravano col V35 e mi facevano i complimenti (come ci stai bene con la moto di Marco, fammi sentire un po\u2019 il rumore del motore, ma questa \u00e8 una California? Quando mi porti a fare un giro?) quasi arrossivo dal piacere, se mi chiedevo con quale moto sostituire la Suzuki pensavo ad altre marche ma sentivo il rombo di una Guzzi a isolati di distanza. Grazie ad un\u2019inserzione riuscii a rivendere la Suzuki senza rimetterci neanche tanto. Non era stata una scelta felice ma non era colpa sua, avrei avuto bisogno di una moto facile ed avevo comprato una sportiva coi semimanubri bassi, avevo sbagliato ma nonostante tutto quella Suzuki mi aveva fatto tornare motociclista, meritava comunque la mia gratitudine. Marco era a Perugia e quindi usavo la sua Guzzi, con la quale ogni giorno che passava aumentava il feeling. Mi piaceva il rituale della messa in moto, a freddo ci sarebbero volute tre mani per via di quello strano comando dell\u2019aria sul coperchio del cilindro sinistro, del motore che bisognava far riscaldare prima di partire indugiando sempre pi\u00f9 del necessario per prolungare il piacere di ascoltare quel minimo. Poi, una sgasata e via, ogni scusa era buona, da noi ci sono tante montagne anche sul mare e chilometro dopo chilometro il ritmo di quel vecchio, piccolo grande bicilindrico sembrava sincronizzarsi con quello del mio cuore, sempre da una curva all\u2019altra verso un valico o una cima, fra boschi e prati, laghi e mare e tramonti\u2026 Quando non ero in giro col V35 ero intento a provare qualche altra moto, a cominciare dal Monster \u00a0che mi piacque molto, il motore era un po\u2019 scorbutico ma aveva carattere, la moto era facile e decisamente divertente ma la sella duretta e la posizione di guida un po\u2019 sacrificata non lasciavano intravedere grandi possibilit\u00e0 di viaggiare. \u00a0Le custom a parte le Guzzi non mi piacevano specialmente per la posizione di guida che mi sembrava assurda. Avevo difficolt\u00e0 a trovare una moto come la volevo io, cio\u00e8 una naked turistica. Guzzi nude e recenti non se ne vedevano, sulla carta c\u2019era la Strada 750 ma di fatto era introvabile. \u00a0C\u2019era la Kawasaki ER5, una 500 bicilindrica molto carina anche se \u00a0col freno a tamburo dietro. \u00a0Ne trovai una nera usata, di un collega che voleva passare ad una moto pi\u00f9 grande.La provai e non mi dispiacque, il motore non aveva molto carattere ma era leggera e facile da guidare. La richiesta economica \u00a0per\u00f2 era eccessiva, tanto valeva comprarla nuova e magari rossa come quella esposta in Concessionaria. Ad ogni modo, non ne feci nulla. Come gi\u00e0 detto avevo scoperto le enduro, \u00a0Mi piacque ma in modo tiepido la Kavasaki KLE mentre con la Pegaso dell\u2019Aprilia riscoprii il piacere del motore monocilindrico. Fra tutte quella che mi conquist\u00f2 fu la F650 della BMW, moto che i soliti esperti bocciavano (non \u00e8 una vera BMW\u2026). Un amico mi prest\u00f2 la sua per un intero pomeriggio, poco tempo dopo ne ebbi in prova una in vendita, rossa, per quasi una settimana. Non era proprio bellissima ma era un tipo, era ultramaneggevole, il motore era simile a quello della Pegaso ma pi\u00f9 trattabile, la posizione di guida e la sella veramente comode, il rumore piacevole ed il consumo basso. Il proprietario mi aveva informato di aver avuto un incidente e di aver dovuto riparare la forcella, un meccanico di fiducia in sostanza mi sconsigli\u00f2, rimandai la decisione. Sotto sotto mi era venuta voglia, avendo aspettato tanti anni, di comprarmi una moto nuova, tra l\u2019altro col nuovo non c\u2019era bisogno di avere tutti i soldi in mano, e tutto sommato credevo di essermi deciso per la piccola BMW. Allora la concessionaria Guzzi era vicinissima a casa mia, pi\u00f9 che altro era un negozio di abbigliamento e accessori dove mi rifornivo, il titolare era (\u00e8) una persona per bene, estremamente garbata, che ogni tanto mi tentava con i depliant della Nevada, ma in modo molto discreto. Solo che la Nevada, come ho gi\u00e0 detto, era troppo simile alla moto di Marco e due moto uguali in casa, da un punto di vista razionale, mi sembravano una stupidaggine. In listino oltre alla Nevada c\u2019era la California che mi intimidiva per dimensioni e prezzo, naked non ce ne erano a parte la Centauro che reputavo non alla mia portata per via della potenza e che tra l\u2019altro non mi entusiasmava esteticamente, specialmente nella parte posteriore. Qualche anno dopo ebbi l\u2019occasione di una breve prova, il motore era veramente forte ma non era una moto facile, friendly come ora si usa dire. Un giorno incontro un collega e sua moglie, noti per aver fatto viaggi di un certo impegno col Vespone, \u00a0mi dicono che stanno andando a vedere la Nevada club, appena uscita, e mi propongono di andare con loro. Con la colorazione bicolore la moto mi sembra pi\u00f9 snella, ce ne sono una rosso-nera ed una grigio- nera per la quale Giancarlo firma seduta stante il contratto. Il giorno dopo torno in concessionaria, il titolare mi accoglie con un sorriso, scambiamo due chiacchiere guardando un depliant con le colorazioni della Nevada e sento la mia voce che dice: fammi venire questa verde e nera, \u00e8 l\u2019unica che non ho visto dal vero ma credo che mi piacer\u00e0. Ci vollero dieci lunghissimi giorni per vederla ma due giorni dopo, targata bollata e assicurata, era pronta. La mattina al lavoro, mi ero da tempo liberato il pomeriggio da qualsiasi impegno e alle tre ero alla porta del negozio. Mario (il titolare) accese il motore ed una musica inond\u00f2 quel piccolo spazio, \u00a0me la port\u00f2 sul marciapiede e mi strinse la mano. Piccola sosta al distributore pi\u00f9 vicino per fare il pieno, un tocco allo starter e via dalla citt\u00e0. Mi fermai per un caff\u00e8 dopo una quarantina di km nella piazzetta di un paese, guardavo e riguardavo la mia Nevada, era bellissima. E di nuovo in sella sempre per strade secondarie nella campagna, una curva dietro l\u2019altra, un filo di gas e via. Al ritorno feci anche un pezzo in autostrada, gli insetti mi si spiaccicavano sulla visiera ma ero troppo felice per farci caso, quando la parcheggiai vicino alla V35 \u00a0la spia della riserva splendeva nella sua luce gialla. Osservai quelle due moto vicine troppo simili, che cosa poco logica pensai, meno male che una \u00e8 scura e l\u2019altra \u00e8 bianca ma in fondo non \u00e8 da tutti avere una Guzzi, figuriamoci averne due\u2026 Naturalmente avevo voglia di farla vedere a tutti ma repressi il desiderio, il giorno dopo avevo tutta la giornata impegnata e andai a lavorare a piedi. Sabato alle due consueto appuntamento, grande entusiasmo per la nuova arrivata, tutti mi abbracciavano e festeggiavano come se avessi vinto una gara di superbike. Quel giorno facemmo un giretto sperimentato tante volte: via da Cosenza per Carolei, in salita fra castagni e pini al valico di Potame, la discesa al mare nei pressi di Amantea e poi la litoranea fino a Pizzo a mangiare il gelato nella piazzetta vicina al castello di Gioacchino Murat, il tutto per la prima volta senza che gli altri mi lasciassero indietro. Era ancora aprile, cominci\u00f2 presto a fare fresco mentre il sole tramontava. Tornammo per \u00a0l\u2019autostrada che nella prima parte ha lunghi tratti rettilinei dove naturalmente tutti andavano sparati, io ero un po\u2019 preoccupato per il motore che aveva fatto ancora trecento kilometri ma soprattutto, per non farmi staccare dal gruppo, dovevo attaccarmi al manubrio per resistere al vento, cercavo di abbassarmi sul serbatoio ma forse era vero, dovevo montare un parabrezza. \u00a0Lo feci al primo tagliando dopo neanche un\u2019altra settimana e dovetti far aggiustare il tachimetro, che nei primi due anni si ruppe diverse volte. Alla fine di maggio c\u2019era un congresso nazionale di Chirurgia a Bari, ottima occasione per provare la Nevada come moto da viaggio. Il parabrezza c\u2019era gi\u00e0, comprai anche il portapacchi e le borse laterali. Alla fine la moto non ci rimetteva esteticamente, anzi\u2026 La sera prima della partenza feci il pieno, controllai le gomme e l\u2019olio, diedi una ripulita al parabrezza, riempii le borse e andai a dormire. La sveglia era alle sette ma naturalmente \u00a0mi svegliai prima delle sei, meno di un\u2019 ora dopo ero pronto. Tac tac, tac tac le borse erano montate, un colpetto allo starter, il motore prende a scandire il suo ritmo mentre tiro la moto fuori dal garage, con calma infilo il casco e indosso i guanti mentre mi sembra che anche la moto non veda l\u2019ora di lasciarsi tutto alle spalle, dentro di me sono euforico, mi sento vent\u2019anni di meno. Mi godo il viaggio chilometro dopo chilometro, la giornata \u00e8 bellissima, il paesaggio \u00a0mi corre incontro ed io sono tutt\u2019uno con tutto quello che mi circonda, la strada, le montagne, il mare, l\u2019asfalto che fugge sotto le ruote, mi fermo ad una stazione di servizio sull\u2019autostrada Taranto-Bari per fare benzina. C\u2019\u00e8 poco traffico, tengo la lancetta del tachimetro sui 130-140, arrivo all\u2019Hotel Sheraton a met\u00e0 mattinata, mi metto in giacca e cravatta \u00a0e seguo regolarmente il congresso assentandomi solo alle cinque del pomeriggio dopo, quando me la squaglio e vado a vedere Castel del Monte. Arrivo al calar del sole, il castello \u00e8 chiuso e quindi non posso vedere l\u2019interno ma la vista \u00e8 bellissima, il rosso del tramonto tinge lo splendore di quelle mura antiche in mezzo ad un mare di olivi increspati da una brezza lieve. Rimango in estasi finch\u00e8 si fa proprio buio, per tornare indietro e trovare l\u2019albergo impiego quasi due ore perdendomi e riperdendomi in un dedalo di strade che non conosco, ma \u00e8 stato un pomeriggio indimenticabile. Quando il congresso finisce torno a casa ma ne approfitto per fare delle soste, la prima al castello di Roseto praticamente sulla strada e a picco sul mare. Poco dopo verso l\u2019interno si vede il castello di Rocca Imperiale, l\u2019ho visto tante volte da lontano ma stavolta ho la moto e tutto diventa facile, vado a vederlo da vicino, gi\u00e0 che ci sono punto verso l\u2019interno e salgo su una bella strada tutta curve fino ad Oriolo dove c\u2019\u00e8 un altro castello e poi me ne torno al mare per una strada veloce che corre a lato di una fiumara dall\u2019ampio letto bianco pieno di cespugli e di bellissimi fiori spontanei, di tanto in tanto affiorano pozze d\u2019acqua che specchiano l\u2019azzurro del cielo, \u00e8 una meraviglia ma la moto si ferma, la benzina \u00e8 finita, meno male che ormai sono sulla litoranea e passano dei colleghi che mi soccorrono.Alla fine dell\u2019anno, in 8 mesi, la Nevada ha fatto circa 10.000 km, ad agosto con Marco abbiamo fatto il periplo della Sicilia, io avevo visto solo e in parte la costa orientale e Palermo. Che scoperta l\u2019ovest siciliano, Selinunte, Marsala, Trapani, templi greci, mulini a vento e orizzonti infiniti, la magia di Erice, San Vito lo capo\u2026. In quel primo anno per lo pi\u00f9 ho girato rivedendo posti dai quali mancavo da tanti anni, che magari avevo visto da bambino e dove non ero pi\u00f9 tornato, oppure ne scoprivo di nuovi ed ogni volta mi meravigliavo di quante belle cose abbiamo vicino a noi e di come le ignoriamo per andare a vederne altre, scavalcando con l\u2019aereo nazioni e continenti. Come scriveva l\u2019 indimenticabile Carlo Talamo \u201cci sono migliaia di posti che stanno qui dietro, a portata di mano, posti che si possono vedere in pochi giorni, con poche ore di viaggio\u2026\u201d \u00a0Parlava dell\u2019Italia \u00a0ma la Calabria \u00e8 una piccola Italia, una regione dove le caratteristiche del nostro paese ci sono tutte, dove (cito ancora Talamo e lo citer\u00f2 ancora alla fine del racconto) \u201cl\u2019accento cambia ad ogni pieno di benzina, dove si passa dalla neve al mare in meno di nulla\u201d. In una Sicilia verde Irlanda che non immaginavo ci torner\u00f2 con due amici \u00a0l\u2019aprile dell\u2019anno dopo, a Ragusa, Modica, sulle spiagge dell\u2019estremo sud fino a Capo Passero, rivedr\u00f2 quell\u2019incanto che \u00e8 Siracusa; ci torner\u00f2 anni dopo con la California Stone, attraversando i Nebrodi con alle spalle l\u2019Etna pieno di neve e davanti nell\u2019azzurro le Eolie\u2026 Il tempo passava, a maggio del 2000 divenni di nuovo pendolare, nel senso che andai a fare il primario chirurgo ad Acri il che significava 80 Km al giorno per met\u00e0 su una divertente strada di montagna, ottima per la moto. Marco si avviava ai 21 anni, in linea di massima pensavamo che gli avrei passato la Nevada \u00a0ma non sapevo con cosa sostituirla. Casualmente un amico mi disse della sua intenzione di dismettere la moto per passare ad uno scooter. La moto in questione era una BMW K 100 RT, con parecchi anni di servizio ma veramente in eccellenti condizioni. Prendila, mi disse l\u2019amico, e tienila per tutto il tempo che vuoi, poi fammi sapere cosa hai deciso. Il prezzo tra l\u2019altro era estremamente conveniente. La mia fede guzzista, lo riconosco, vacillava, mi giustificavo dicendomi che la Nevada sarebbe rimasta in famiglia, che nessuno l\u2019 avrebbe declassata a moto da citt\u00e0 ma devo ammettere che quella specie di incrociatore mi attirava \u00a0non poco e cos\u00ec lo tenni per quasi un mese. Marco, che ha sempre avuto le idee chiare, quando lo vide storse un po\u2019 il naso, per lui le BMW \u00a0sono quelle col boxer\u2026A me onestamente piaceva ed anche ora continuo a pensare che sia stata una delle migliori se non la migliore moto da gran turismo mai fatta. Dopo un minimo di impaccio iniziale ci presi rapidamente confidenza, certo non era un motorino ma non c\u2019era problema a guidarla anche in citt\u00e0. La linea nonostante la mole era bella ed elegante, certo pi\u00f9 di altre BMW comparse successivamente. Era decisamente ben fatta, la protezione aerodinamica era perfetta, il motore spingeva con decisione ma con garbo ad ogni regime, la stabilit\u00e0 era buona, il cambio preciso, la strumentazione completa per\u00f2\u2026c\u2019era un per\u00f2 ed era il rumore del motore. Non tanto a bassa andatura quando non lo sentivi e neanche in autostrada quando veniva coperto dal vento, ma in salita sulle strade di montagna bisognava tirare le marce ed ecco che veniva fuori un rumore come quello della FIAT 1100 di pap\u00e0 quando ero piccolo. Provai e riprovai ad accettare quel difetto ma alla fine dovetti rinunciare. Fu cos\u00ec che mi tenni la mia Guzzi, alla quale chiesi scusa per il momentaneo tradimento. Anche Marco ci guadagn\u00f2 dalla mia rinnovata fedelt\u00e0 alla Nevada, in quanto non molto tempo dopo gli trovai praticamente nuova (e gli regalai per il 21esimo compleanno) quella che era diventata la moto dei suoi sogni, una BMW R850R che ha tutt\u2019ora e che \u00e8 indubbiamente una gran moto, quasi come una Moto Guzzi. Purtroppo dovemmo dare via, con vero e profondo dispiacere, quella V35 che mi aveva fatto riscoprire il piacere della moto e mi aveva fatto innamorare della Moto Guzzi. A distanza di tanti anni il dispiacere anzich\u00e9 diminuire \u00e8 aumentato anche perch\u00e9 quella moto, a quanto ne so, \u00e8 abbandonata in un garage e non vive. Tornando a me, la strada che mi portava da Cosenza ad Acri (per non parlare di quella che battevo d\u2019estate) era magnifica per provare moto di vario genere lasciando riposare la Nevada o la moto di Marco, la V35 prima e la BMW dopo. Le provavo in genere \u00a0per curiosit\u00e0, a volte era qualche amico che mi chiedeva un parere magari prima dell\u2019acquisto (che soddisfazione per uno che si era sempre sentito uno scarso\u2026). Ricordo con piacere l\u2019Aprilia Caponord e \u00a0la BMW 1150 RS \u00a0ma a parte l\u2019incrociatore, col quale in fondo ci fu solo un\u2019affettuosa amicizia condita da stima, nessuna mi fece innamorare finch\u00e8 non ci portai un\u2019altra Guzzi e precisamente un V11 sport colore argento. \u00a0Il motore non era una bestia come quello del Centauro, ma per quanto \u00a0facile e trattabile spingeva davvero forte, il cambio era favoloso e la ciclistica svelta. Su quelle strade curve-curve che ormai conoscevo a memoria mi sembrava di volare sulle note \u00a0di una musica \u00a0che mi faceva vibrare l\u2019anima. Quando scendevo poi, e la guardavo, era veramente un\u2019emozione. Gi\u00e0 che c\u2019ero, provai anche la Le Mans con la quale mi tolsi anche lo sfizio di vedere, per un istante, la lancetta del tachimetro a 220. Non era la stessa cosa perch\u00e9, anche se la moto era sostanzialmente uguale, stare rannicchiato dietro la carena mi dava come sempre un senso di claustrofobia e poi a guardarla il cuore non mi batteva come con la moto nuda. Piano piano per\u00f2 la ragione prevalse. La V11 era una moto affascinante e appagante nella guida ma forse o senza forse non era la moto che si confaceva ad un ragazzo come me, che aveva ormai superato i 50. La posizione di guida era ottima per fare una strada di montagna, non creava problemi in citt\u00e0 ma certamente era difficile sopportarla a lungo, alla mia et\u00e0 e con un po\u2019 di pancetta. Con la Nevada ed anche con la BMW di Marco mi ero abituato a viaggiare comodamente portandomi dietro tutto il necessario ed anche qualcosa in pi\u00f9, eravamo andati oltre che in Sicilia anche in Corsica e poi in Austria, col V11 mi sembrava difficile fare tirate di 7-800 chilometri, a meno di non trovare un sistema per ringiovanire di una ventina d\u2019anni. Il guaio \u00e8 che ero comunque entrato nell\u2019ordine di idee di cambiare moto per cui, anche se la ragione mi consigliava di non farlo e la Nevada era un\u2019ottima compagna, difficilmente passava una settimana senza che mi affacciassi in concessionaria dove un fatale pomeriggio incontrai una luccicante California Stone tutta nera per la quale presi una cotta. Davvero, che strano tipo sono io, mi piacciono le moto semplici, standard o naked come vogliamo chiamarle e poi una volta mi compro una sportiva carenata, un\u2019altra un custom. Stavolta poi la naked c\u2019era, ci sarebbe, ed io mi vado ad invaghire di quella maliarda in nero\u2026Tra l\u2019altro dopo essermi fatto dare in prova il V11 e la Le Mans non mi andava di chiedere anche la California. Un paio d\u2019anni prima avevo provato l\u2019EV di un amico ma in pratica ero andato a prendere un gelato con Marco ed anche dopo, da solo, ho guidato in modo pi\u00f9 che tranquillo. Telefono ad un collega (tra l\u2019altro Presidente del Motoclub \u201cI briganti\u201d e persona molto disponibile) che ha \u00a0una Special rossa e nera. Alle sette di mattina mi presento a casa sua con la Nevada \u00a0e me ne vado a lavorare con la California facendo un bel po\u2019 di curve. Il motore ha un gran tiro ed un rombo entusiasmante, il cambio \u00e8 meglio di come lo ricordavo, la moto \u00e8 abbastanza agile e si guiderebbe proprio bene se non fosse per l\u2019eccessiva ampiezza del manubrio che impaccia nelle curve strette e nei tornanti, mi ricordo che sulla EV era decisamente pi\u00f9 contenuto. Mi procuro un nastro centimetrato e misuro il manubrio, che \u00e8 davvero troppo largo. Nel pomeriggio la prova continua con altre strade, sulla A3 la moto ad alta velocit\u00e0 sembra correre sui binari ma la larghezza del manubrio accresce l\u2019 effetto vela. Verso sera vado in concessionaria e misuro il manubrio della bella, che \u00e8 davvero pi\u00f9 stretto e non di poco, al pari di quello di una Metal, quella col serbatoio tutto cromato, che \u00e8 gi\u00e0 targata e mi faccio dare in prova. Il giorno dopo \u00e8 il primo maggio, ci vado al motoraduno dei briganti dove la Metal ha un notevole successo anche se qualcuno mi chiede se \u00e8 una pubblicit\u00e0 dell\u2019Italsider. Passo qualche ora ad annoiarmi con quelli che si divertono con i burn out e altre genialate del genere, il giro \u00e8 programmato per mezzogiorno, vado da solo per le colline, mantengo un ritmo allegro e mi diverto, col manubrio pi\u00f9 stretto la moto si guida molto meglio, solo la frenata non mi convince. La cosa certa \u00e8 che il giorno dopo, con le solite lacrime di coccodrillo, d\u00f2 in permuta la Nevada per la California Stone, che ho poi tenuto per tre anni. Onestamente era un\u2019ottima moto ma non sono riuscito a stabilire con lei il feeling che avevo avuto con la Nevada. La Stone infatti era decisamente pi\u00f9 custom e quindi diciamo che la maneggevolezza non era il suo pregio principale e poi a differenza della Special e della EV la frenata non era proprio di riferimento. Per il resto era veramente bella e non so se l\u2019 ho migliorata o no facendo cromare i coperchi delle teste. Nel periodo Stone come lavoro mi ero avvicinato a casa trasferendomi da Acri a Rogliano, graziosa cittadina pedemontana dalla quale si dipartono innumerevoli strade per andare verso la Sila, le montagne del lamentino, le serre catanzaresi, il mare anzi i mari\u2026insomma un posto ideale, una volta finito il lavoro, per esplorare quei posti dietro l\u2019angolo che chiss\u00e0 perch\u00e9 non troviamo mai il tempo per goderceli. Ad esempio a pochi chilometri da Rogliano c\u2019\u00e8 una piccola ma suggestiva cascata, in fondo \u00e8 a mezz\u2019ora da casa mia ma non l\u2019avevo mai vista. Al di la di questo piccolo cabotaggio la Stone si prestava benissimo a viaggi pi\u00f9 impegnativi sia per le doti del motore sia per il confort ma purtroppo per problemi miei, lavorativi e personali, non abbiamo fatto granch\u00e8, le massime distanze sono state Napoli e Palermo ma con una moto cos\u00ec anche una gita o un giretto di un paio di giorni pu\u00f2 essere un ricordo straordinario, come ad esempio lasciare Rogliano e salire in Sila, costeggiare il lago Ampollino e fare una sosta nel castello di Santa Severina, scendere per la valle del Tacina fino a Le Castella, fare il bagno e nel pomeriggio tornare a casa passando da Capo colonna a Crotone e riattraversando la Sila lungo un altro lago su altre strade. O ancora arrivare a Pizzo e salire a Serra San Bruno, proseguire per Stilo e Monasterace, la sabbia ed il blu del mar Jonio, il cielo di notte ad agosto e il giorno dopo tornare per Soverato, Copanello e la Sila piccola. Tutti posti qua dietro l\u2019angolo certamente belli ma che in moto diventano una meraviglia. Da guidare era decisamente piacevole, \u00a0si poteva andare svelti nel misto ma massa e lunghezza obbligavano a lavorare di braccia e di gambe per cui ci si stancava ed era meglio ridurre il ritmo. Con un ritmo pi\u00f9 rilassato era veramente impagabile, riprendeva anche con una marcia di troppo, il motore aveva un\u2019elasticit\u00e0 incredibile ed una musicalit\u00e0 straordinaria, sui tratti veloci \u00a0spingeva sempre con forza e la tenuta era perfetta, nulla da vedere con quelle custom che se prendi un curvone a 120 \u00e8 come se giocassi alla roulette russa. Aveva inoltre una caratteristica veramente unica, o almeno che io non avevo mai riscontrato su nessuna moto: bastava farci una trentina di chilometri possibilmente pieni di curve e provocava un inequivocabile effetto afrodisiaco. Un amico harleysta mi ha confidato che la sua Fat boy gli fa lo stesso effetto e che per questo non la cambier\u00e0 mai. Io forse non sono fedele di natura, almeno con le moto, o la cosa non mi interessa abbastanza, certo \u00e8 che quando sono apparse le prime foto della Breva 1100 ho visto una moto come la volevo io, come l\u2019ho sempre voluta anche se al solito rimaneva una foto da salone, come la Griso, non si sapeva se e quando sarebbe diventata realt\u00e0. All\u2019inizio dell\u2019estate del 2005 invece mi arriva una telefonata: c\u2019\u00e8 una Breva 1100 in concessionaria e la fanno provare. I soliti impegni di lavoro mi impediscono di muovermi, quando arrivo \u00e8 gi\u00e0 successo l\u2019irreparabile: un infedele (non aveva mai avuto una Moto Guzzi) l\u2019ha provata ed immediatamente l\u2019ha comprata senza neanche discutere il prezzo. Quindi non si poteva provare ma era ancora l\u00e0, nascosta fra altre moto. Confesso che esteticamente mi piacque ma senza entusiasmarmi. \u00a0Per me il faro deve essere grosso e rotondo come sulla California, quella forma ovaloide non mi convinceva. Ad ogni modo un\u2019altra non c\u2019era, n\u00e9 erano previste altre consegne, ne riparleremo dopo l\u2019estate. A ottobre quella Breva \u00e8 di nuovo in concessionaria e si pu\u00f2 provare: il proprietario non l\u2019ha trovata sufficientemente sportiva e l\u2019ha lasciata in conto vendita ordinando una Griso. Me la riguardo mentre aspetto le chiavi, ho sempre qualche perplessit\u00e0 sul fanale ma pi\u00f9 la guardo pi\u00f9 mi piace, \u00e8 abbastanza corta ed ha un piglio sportivo, il motore ma anche il monobraccio con la trasmissione sanno di forza e potenza, mi sembra veramente ben fatta. Trovo strano il rumore con la frizione tirata, sembra un Ducati, rilascio la leva ed il peso scompare mentre sento che \u00e8 lei, la moto come l\u2019ho sempre voluta, maneggevole e svelta non proprio come il V11 ma molto pi\u00f9 comoda, il motore non ha la coppia cavernosa n\u00e9 la musicalit\u00e0 della California ai bassi regimi ma spinge con decisione, entusiasmante dai 4.000 giri in su e con un allungo notevole, il tutto con un sound ai medi ed agli alti regimi veramente coinvolgente. Mi porterei proprio questa a casa ma mi impongo di essere razionale e la ordino nuova, inconsciamente sento che questa \u00e8 davvero la moto definitiva. Dopo un\u2019attesa interminabile arriva, la immatricolo il 7 di novembre del 2005, arriva l\u2019estate di San Martino. Andiamo in giro con gli amici, i tempi che mi vedevano rimanere sempre indietro sono lontani anche se la Breva \u00e8 in rodaggio, rapidamente faccio il tagliando dei 1500. Mi trovo veramente a mio agio dappertutto, dalle strade di montagna al traffico della citt\u00e0 all\u2019autostrada. Il motore \u00e8 fluido, generoso, sempre pronto a salire di giri, la ciclistica \u00e8 agile ed i freni sono eccezionali sia per potenza che per modulabilit\u00e0. E poi \u00e8 bella, non dico che \u00e8 bellissima perch\u00e8 ci sono altre moto, Guzzi e non Guzzi, che da un punto di vista strettamente estetico sono superiori, ma lei \u00e8 la moto come la desideravo, persino da ferma la guardo e mi emoziona. Anche il nome, che \u00e8 il nome di un vento, mi piace e mi sembraun nome di donna, a poco a poco non dico pi\u00f9 \u201cesco con la Breva\u201d, \u201cvado a prendere la Breva\u201d ma \u201cesco con Breva\u201d, \u201cvado a fare un giro con Breva\u201d, \u201cpartiamo io e Breva\u201d. \u00a0Il primo di gennaio ogni anno faccio un giro propiziatorio in moto, con qualsiasi tempo. Il primo capodanno con Breva il vento era gelido ed il cielo pieno di nuvole, nel primo pomeriggio con due amici siamo andati in giro in un\u2019atmosfera surreale, per le strade non si incontrava nessuno, solo alberi spogli, erba e foglie morte sulla terra indurita, ma io vedevo cieli blu. Blu come quello che l\u2019aprile successivo trovammo in \u00a0Austria e in Baviera, \u00e8 stato un viaggio bellissimo ed anche l\u2019 epilogo nella pioggia, provocato dal mio talvolta cattivo carattere, \u00e8 un ricordo indimenticabile del quale ho parlato in un altro racconto (la mia fuga con Breva). Non ho potuto andare in Tunisia con l\u2019Antamotoclub il 2007, mi sono categoricamente rifiutato di andare in Cornovaglia nel 2008 (ad aprile!!) ma quando si \u00e8 decisa la meta del 2009, il Marocco, il mio entusiasmo \u00e8 andato alle stelle. Ero stato a Marrakech anni prima ma c\u2019ero andato in aereo, arrivarci in moto dopo avere attraversato il Rif e l\u2019Atlante fra foreste di cedri e montagne di roccia nuda, dopo il deserto certamente era un\u2019altra cosa\u2026 Passammo interi pomeriggi a discutere itinerari e luoghi da visitare, chilometraggi e deserti e disegnammo un magnifico itinerario. Il giorno della partenza eravamo come ragazzini in gita scolastica e c\u2019era il sole. Poi sia in Italia sia in Spagna trovammo un tempo orribile con grandinate come non ne avevo mai visto, eravamo quasi a Valencia quando ci fu un incidente sull\u2019 autostrada e il nostro amico Francesco fu investito da una macchina. Grazie a Dio il danno si \u00e8 limitato (oltre alla moto demolita) \u00a0ad una brutta frattura ma il viaggio \u00e8 finito. Solo due irriducibili sono andati a piantare la bandiera degli Anta in Marocco ma, saltate le varie prenotazioni, hanno potuto in pratica affacciarsi all\u2019Atlantico e passare qualche giorno a Fes. Gli altri siamo tornati indietro, la delusione \u00e8 stata grande ma ci ha aiutato il sollievo per Francesco che tutto sommato se l\u2019\u00e8 cavata con poco. Tornando a me ogni tanto provo qualche altra moto, qualcuna sinceramente mi \u00e8 piaciuta, ho preso una sbandata per la Morini \u00a01200 sport che \u00e8 bellissima da guardare e da guidare, ma anche in quest\u2019ultima occasione non ho pensato seriamente di separarmi da Breva, tutt\u2019al pi\u00f9 avrei potuto proporle un menage a trois ma poi ho capito che a me va bene lei cos\u00ec com\u2019\u00e8. Anche se non \u00e8 sexy e potente come la Morini \u00e8 la mia moto, la moto come l\u2019ho sempre desiderata, bella e veloce senza esagerare, formosa ed elegante, potente e gentile, affascinante e discreta, amica e amante. Non voglio pensarci ma se dovessero rubarmela ne prenderei un\u2019altra uguale. Non so se faremo pi\u00f9 viaggi a largo raggio, io comincio ad avere una certa et\u00e0 e le mie ossa hanno qualche acciacco, vorrei almeno portarla a Mandello per farle vedere la casa dove \u00e8 nata, quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno e gli altri rami e laghi, quel cielo di Lombardia cos\u00ec bello quando \u00e8 bello\u2026 e poi c\u2019\u00e8 tanta Italia \u00a0da scoprire, questo paese \u201cdove si passa dalla neve al mare in meno di nulla, dove in una settimana vedi di pi\u00f9 che a fare il giro del mondo\u201d, con l\u2019Aquila sul serbatoio, naturalmente.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Lucio Aiello La mia storia ( o non storia ) con le moto \u00e8 stata condizionata \u00a0da un evento tragico, la morte del fratello pi\u00f9 giovane di mio padre in un incidente motociclistico, nei primi anni \u201950. 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