Come sono diventata Guzzista: Anna Nasti
Da madre, combattei l’apprensione coniugale per motori e motorini liberi di correre su strade colpevolmente aperte ai figli adolescenti.
Poi, ricordo di mio padre rassicurante, Lorenzo pattuì per una Vespa e insieme andammo a prelevarla. Fu da un “amatore” del genere, a Cremona: la “insaccammo” nel portabagagli della Honda ereditata dal nonno e tornammo a casa più felici.
Ci piaceva molto e il mio figliolo vi fece scorrazzare perfino mia madre, già un po’ maltrattata dagli anni.
Arrivò poi il tempo di aprirsi a più ampie, nuove strade avventurose e Lorenzo sapeva come percorrerle. Scelse il Nuovo Falcone Guzzi, moto mitica e militare, tale da conquistare ogni affetto e ogni rotta terrestre.
Questa volta, andammo a ritirarlo con la piccolina rossa mia Peugeot, ché tanto il Falcone con il suo cavaliere ci avrebbe seguito sulle sue ruote.
Pareva nuovo per livrea e mi emozionai ad ammirarne i bagliori verdi, antichi ricordi di orgogliose epoche trascorse.
Il motore suonava sommesso, come il ronfare ritmico di un gattone sornione o di un potente trattore, promessa di vitalità ed energia.
Fiero fu il ritorno, io scortata dal verde Falcone, che mi introdusse, ammaliata, nel mondo favoloso delle Guzzi.
Adesso, sorriso negli occhi ombrati dal casco, in sella con Lorenzo, luce bianca o nuvolo e pioggia, alle curve ampie sugli argini del Delta, le conto tutte, le nobili moto italiane, mentre si sgranano, unite e lontane, esultanti, lucide e rombanti, un po’ irreali nell’andare, ma pulsanti come un solo cuore vitale per tutti i Cavalieri Guzzi.




