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Come sono diventato Guzzista: Pietro Motisi

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di Pietro Motisi

Premessa

In islandese antico, ‘sogno’ si dice draum, plurale draumar. Molti noteranno subito l’assonanza con l’anglosassone dream, termine più vicino a noi per chiare ragioni colonialistiche, ma…

Da appassionato oltre che di moto anche di parole, dei loro significati, delle origini etimologiche e dei suoni, ho trovato molto interessante come dal grande repertorio norreno giunto fino a noi, col suo corollario di miti e di storie fatte di geografie magiche, grandi viaggi attraverso terre e dimensioni energetiche e grandi imprese, fino a tradimenti e paradossali scaramucce capricciose da parte di divinità grandiose, che esista anche un’assonanza tra il sogno norreno draumar e la parola trauma.

Tale assonanza ha acquisito per me una valenza peculiare assieme a un manipolo di persone tra amici antropologi, studenti e scrittori, in particolare durante il periodo che rappresenta senza ombra di dubbio uno dei momenti in assoluto, nella nostra storia recente, di condivisione massima tra esseri della stessa specie di un unico evento, in tal caso traumatico appunto, che è stato quello della pandemia.

L’occasione ci aveva portato ad analizzare e condividere delle riflessioni relative alle nostre strategie di sopravvivenza all’evento traumatico attraverso i segni del mondo onirico, ma era sicuramente anche un’occasione utile che ci ha permesso, in un momento materialmente piuttosto statico, di attraversare delle soglie personali grazie alla stimolazione del nostro immaginario e all’osservazione e analisi dei sogni. Questa non è affatto una novità nella storia della nostra specie. Esistono teorie congetturali piuttosto accreditate che dimostrano come espressioni dell’immaginario, è il caso ad esempio dell’arte rupestre, risultino presenti in luoghi che erano dei ‘cul de sac’ geografici: dove il corpo non riusciva ad attraversare una soglia, un limite dello spazio materiale, ecco che interveniva l’espressione immaginifica a sciogliere contorni fisici e orizzontali per crearne di nuovi, verticali e sacri.

Il sacro e il profano, per me, non hanno confini che li separano e delimitano in modo netto e definitivo, così come non c’è confine netto e definitivo tra i concetti di bene e di male o tra le posizioni intellettuali più sentite e profonde da un lato e il comportamento giocoso infantile e apparentemente superficiale dall’altro, tanto che è estremamente importante non prendersi mai troppo sul serio.

E non è forse la motocicletta, nella sua straordinaria totalità, a racchiudere un po’ tutta una serie di ragioni che la portano a rappresentare contestualmente la materializzazione di un sogno realizzabile, del mito, della meravigliosa complessità tecnica prestata a una serie di comportamenti apparentemente semplici e illuministi del suo pilota, tra sistemi di leve e manopole, che portano a uno dei giochi più belli che conosciamo, fino ad arrivare al brivido, la paura e il trauma che condiscono e arricchiscono inevitabilmente tutto quanto, fino a ottenere la straordinaria nota commistione di desiderio, fascino ed eccitazione?

Non è forse questa possibilità di affrontare in modo unico il rapporto tra spazio e tempo, immersi come parte della scena e non come osservatori, con l’asfalto che corre a pochi centimetri dai nostri piedi, per dirla alla Pirsig, cogliendo così l’occasione di sgomberare i canali della nostra coscienza, che rende per noi irrinunciabile l’essere motociclisti?

Chiaro, il rapporto e la ricerca nel mito della moto è un percorso sempre soggettivo e personalizzato in base alla vita di ognuno di noi, secondo le nostre abitudini, i desideri, i percorsi, e il nostro modo di condividerli. Ma anche per quelli di noi che non comprendono nulla di meccanica e il funzionamento delle cose è soltanto un mistero, esiste la consapevolezza del fatto che il rapporto con la moto non è soltanto qualcosa che si consuma e si conclude nel guidarla.

Anche il più estraneo al gesto di svitare una candela o il tappetto di una gomma da gonfiare riconosce il fascino e il gusto di mettere le mani dentro quell’oggetto tanto mitologico quanto personale, allo scopo di renderlo ancora più nostro, di farlo funzionare come ci piace, di farlo andare con noi, dove desideriamo.

Questo ‘mettere le mani’ diventa, anche se in modo ‘non praticante’, un’allegoria del mettere le mani in noi stessi, di far andare bene un’estensione di noi stessi, magari per ripararne un’altra che sentiamo un po’ storta dentro di noi, o magari solamente per tornare a sentire quella ebbrezza del gioco puro, come quando siamo stati bambini, nel desiderio intrinseco di continuare ad alimentare questi sacri pezzi d’infanzia che ancora ci abitano e che trovano nella motocicletta il più grande catalizzatore.

Molti di noi, durante un periodo in cui d’improvviso non era più possibile in modo spensierato compiere dei semplici gesti come inforcare la propria moto, girare la chiave nel quadro, mettere in moto e uscire dal garage, rimanendo vincolati in quello spazio chiuso, hanno riposto nell’incertezza una speranza viva per il dopo insieme, contando sul fatto che il mitologico oggetto, per sua stessa essenza, catalizzava molteplici ricordi di imprese compiute insieme.

È accaduto qualcosa del genere anche a me, qualcosa che mi ha portato a raccogliere tutta una serie di riflessioni, mentre dentro al silenzio del mio garage e delle mie emozioni modificavo la mia Guzzi, realizzando come rispetto ad altre esperienze, rispetto ad altre motociclette possedute, la mia tendenza a essere solitario come motociclista ma anche nella vita virava in direzione diversa grazie all’incontro con Anima Guzzista. Là dentro, quel mezzo riusciva a evocare in me una maggiore profondità di sentimenti, esattamente come si percepisce la differenza tra il pesante bicilindrico mille tra le gambe e un quasi elettrico quattro cilindri in linea giapponese. La pressione percepita nel petto e il suono cupo dei due grossi cilindri in moto al minimo in quel garage accompagnavano armonicamente la densità di differenze tra amici tanto diversi tra loro per storia, professione, provenienze geografiche, gusti eppure vicini nel desiderio di fare un pezzetto di strada insieme, nell’organizzarsi, nell’incontrarsi, nella importantissima condivisione del convivio, nel gioco, nella volontà di farlo ancora e ancora.

A quel punto ho compreso il valore della cosa, il fatto di aver trovato un prezioso allineamento tra il dentro e il fuori di sé, un fatto che non è mai semplice o scontato. Diventava importante, allora, quasi un bisogno necessario, condividere.

Le parole per dire come nella tua vita hai vissuto un’epifania vengono fuori fresche come l’aria dei passi di montagna, vengono fuori belle e sincere e riguardano tutti, per assonanza o per contrasto. Inoltre quel periodo rappresentò per tantissimi l’occasione di fare un viaggio in moto a ritroso tra le proprie emozioni originarie, quelle fondative, permettendoci di attraversare soglie proibite grazie all’immaginario, grazie al ricordo, grazie al mito di un mezzo che è per tutti noi la concreta realizzazione di uno dei sogni più belli che possiamo vivere e condividere da svegli, attendendo il momento che infine ci ha riportato in strada, per ricongiungerci con i nostri fratelli elettivi motociclisti.

PM