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Come ho (ri)trovato la mia Anima Guzzista

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Come ho (ri)trovato la mia Anima Guzzista

di Lucio Aiello
La mia storia ( o non storia ) con le moto è stata condizionata  da un evento tragico, la morte del fratello più giovane di mio padre in un incidente motociclistico, nei primi anni ’50. Ricordo quella piccola moto sulla quale mia madre non mi permetteva di salire, il dramma che vivemmo tutti, specialmente papà che per quel fratello più piccolo nutriva un affetto speciale. Era sempre triste, con la cravatta invariabilmente nera ed una  fascia nera al braccio. Poi la vita piano piano riprese ma la ferita non si è mai completamente rimarginata. Ci eravamo da poco trasferiti a Cosenza da Acri, paese di mia madre dove ero nato, e abitavamo in periferia, in garage c’era la vecchia 1100 E di papà che di lì a poco sarebbe stata sostituita, per fare economia, con una Topolino. La prima Guzzi che vidi… era uno strano arnese entrato nel giardino di casa, una mezza grossa moto davanti ed un cassone con due ruote dietro, sul lato sinistro del motore c’era una cosa strana che somigliava all’affettatrice del salumiere, girava e girava e non capivo cos’era mentre il motore batteva un colpo dopo l’altro. Ascoltando quel suono tanto particolare chiesi a mio nonno perché fosse così e lui, che era nato nei primi anni ’90 dell’800 e non aveva la patente, mi rispose così: perché ha un solo cilindro ed un cilindro solo, andando su e giù, fa questo rumore, diverso da quello della macchina che cilindri ne ha quattro. Chiaramente mio nonno confondeva fra cilindro e pistone ma ad ogni modo quella fu la mia prima nozione di meccanica anzi di più, fu il motivo per cui per me il rumore della motocicletta è stato e rimane quello, o almeno gli deve somigliare. A quel tempo le automobili in giro erano molto rare, al posto dei taxi c’ erano le carrozzelle, il lattaio arrivava in calesse. Anche le moto, per quanto più numerose,erano sempre poche. In prevalenza scooter, le moto vere erano più rare ma mi piacevano molto di più, erano in genere piccole tranne quelle della Stradale ( o Milizia come diceva papà) che incontravamo in genere fuori città e che avevo capito essere le parenti belle del motocarro. Capitava di incrociarle o di essere sorpassati, mi piaceva il loro incedere imponente, il loro andare veloci senza sforzo. Papà notò questo interesse e una volta, quasi sottovoce, mi disse queste parole rivelatrici: “sono Moto Guzzi… sai, quando ero in Africa  anch’io ne ho avuto una, una 500 come questa a parte il colore, la mia era rosso scuro…la motocicletta è una cosa bellissima, ma è pericolosa, troppo…” Oltre alle Guzzi della Stradale ce ne erano altre che mi sembravano uguali, solo che erano rosse e piano piano mi accorsi che erano un po’ più piccole…poi ce n’erano senza l’affettatrice, ce n’era una strana che somigliava alla vespa e aveva la ruota di scorta, una piccola carinissima che era quasi una bicicletta e faceva un rumore strano… Il parco moto,almeno dalle mie parti, era rigorosamente nazionale: oltre alle Guzzi si vedevano Gilera, Morini, Bianchi, Ducati, ma anche Mondial, MV, Benelli, Aermacchi, Guazzoni … moto piccole, 125, 150, 175 e qualche 250, ricordo nettamente l’estate del ‘59 quando rimasi a bocca aperta sul lungomare di Diamante al cospetto di un sidecar Guzzi ( doveva essere un Falcone ma potrebbe essere stato anche un Astore). Avevo ormai 15-16  anni quando vidi per la prima volta una BMW (di un amico di mio zio guardato con diffidenza dai paesani perché con quella moto andava e veniva da Roma) che mi piacque molto anche se il rumore mi deluse  non poco, per le inglesi dovrò aspettare ancora più a lungo. Imparai a guidare l’estate del 5° ginnasio sulla Vespa 50 di Luigi, mio amico e compagno di classe. Eravamo in due o tre che ce la disputavamo e la poveretta raramente riposava a meno che i soldi per la miscela non fossero proprio finiti. L’anno dopo andò ancora meglio. Enzo, due anni più piccolo di me, arrivò addirittura con un Corsarino, una moto vera anche se piccola, con un cambio a bilanciere e 4, dico 4 marce tirando le quali sembrava veramente di volare, anche grazie al sound che non aveva nulla da invidiare a quello di moto più grandi. Enzo se possibile era ancora più generoso di Luigi ed io me ne approfittavo, d’altra parte infilare una curva dopo l’altra era una vera goduria ed i giri diventavano sempre più lunghi. Se un 50 va così, cominciai a pensare, immaginiamoci come deve essere un 125. Allora secondo me non c’era nulla meglio del Corsaro, tra l’ altro piuttosto diffuso. Lo Stornello della Guzzi non mi piaceva allo stesso modo, ancora meno mi piaceva la Gilera. Tuttavia dovendo convincere mio padre scelsi di proporgli proprio lo Stornello, visto che quando mi parlava della sua vita ad Addis Abeba il discorso finiva sempre con le scorribande, su piste o strade appena tracciate, in sella alla sua mitica Moto Guzzi. Mentre facevo altre esperienze (varie Vespe, la Lambretta di Ottavio, il Brio (!) 100 di Pasquale) presi il discorso alla larga, lasciavo per casa depliant, alla fine affrontai di petto l’argomento ma papà fu irremovibile; non avrebbe dormito la notte, non si sarebbe mai potuto perdonare, mi disse, se mi fosse capitato qualcosa. Capii che al momento non era il caso di insistere ma continuavo a desiderare una moto, ormai stavo diventando grande, facevo la terza liceo ed ad aprile del ’67 presi la patente e quindi cominciavo a puntare moto più grandi di una 125. Purtroppo papà non cedette di un millimetro e per firmare un qualsiasi contratto allora ci volevano i 21 anni. A 21 anni però, terzo anno di Medicina, con due amici comprammo una spider, una vecchia Austin Healey frog eye. L’ultimo anno di corso mio padre mi regalò la mia prima macchina, una Mini blu. Il parco moto nella capitale era interessante ma io in moto ci andavo qualche volta da passeggero, diciamo che le moto le seguivo da lontano, non le avevo dimenticate ma non erano mai all’ ordine del giorno, vissi da lontano anche l’invasione delle moto giapponesi, ne provai un paio ma senza entusiasmarmi. Certo la Ducati 450 Scrambler  di Paolo (unico nella cerchia degli amici più intimi ad avere una moto) era veramente un’ altra cosa, bellissima nella sua livrea gialla era una favola anche andarci da passeggero, con una marcia scalata ed il gas spalancato il martellio del motore era un’estasi adrenalinica. Mi piaceva una Norton che vedevo parcheggiata al Bowling dell’acqua acetosa ma non sapevo neanche di chi fosse, subito dopo la laurea mi imbattei in un tale che vendeva moto usate e mi innamorai di una Bonneville vecchia di 10 anni, la desideravo senza averla mai provata, tanto mi piaceva. Il prezzo era basso, troppo addirittura. Poi appresi che la moto avrei potuto averla subito, appena scucito il grano, ma che i documenti mi sarebbero arrivati dopo, in quanto era di un militare americano. Forse non c’era niente di strano, certo che il mio entusiasmo ne ebbe un duro colpo, me ne andai al mare. Al ritorno avevo altri pensieri, se pensavo alla moto mi veniva in mente Paolo che nel frattempo  insieme a Renata aveva avuto un brutto incidente con la Ducati, avevo domande e concorsi da fare, una fidanzata a Perugia, insomma il momento magico era passato ed io non l’avevo colto e per molti anni in pratica non ci pensai più. Certo le moto le guardavo, non seguivo granchè il mercato ma notavo le novità, anche se rare le grosse Guzzi capitava di vederle anche a Cosenza dove nel frattempo ero tornato, mi colpì molto una 1000 Idroconvert  azzurra che incontro ancora oggi, si vedeva qualche 1000 SP, più tardi arrivarono delle bicilindriche più piccole, si videro le prime California…. C’erano altre moto interessanti, l’Aermacchi ora  si chiamava Cagiva, la Morini 3 e mezzo, le Ducati e poi  tante giapponesi, le BMW… Nell’84 il momento magico mi passò di nuovo vicino, per un anno lavorai come aiuto nell’Ospedale di Rogliano (una ventina di Km da Cosenza) e insieme a me c’ era Paolo, quello del Ducati di oltre dieci anni prima. Aveva da poco comprato una Suzuki usata e qualche volta mi feci dare un passaggio lungo la vecchia statale. Mi rivenne la voglia di comprarmi una moto, con Paolo ne parlammo, andai anche in giro, vidi qualche moto interessante ma alla fine…..comprai un’ altra vecchia spider inglese. Effettivamente avere una Triumph Spitfire quando si hanno due bambini piccoli, qualche nipotino e poi i gli amichetti dei figli, ed i figli degli amici che la spider non ce l’hanno, è una bella cosa, ma ancora una volta stavo per fare una cosa che desideravo fin da piccolo e mi ero nuovamente fermato. Mi sono spesso chiesto il perché di questo comportamento. Indubbiamente ancora pesava  il timore degli anni giovanili, quello di dare un un motivo di ansia a mio padre al quale sono stato sempre molto legato, ma forse il motivo vero era un altro, forse quel terribile incidente di tanti anni prima aveva inciso troppo profondamente sulla mia psiche di bambino lasciando una cicatrice indelebile, certo è che ogni volta che stavo per comprarmi una moto, magari fortemente desiderata come era avvenuto con la Triumph, al momento di concludere mi bloccava una strana paura, come quella che ti impedisce di tuffarti da un trampolino. Passarono anni ed anni, alle moto non ci pensavo più anche se ogni tanto le osservavo o notavo qualche novità. Non guidai più per molto tempo se non qualche scooter , ma francamente non provavo nessun piacere. Poi il dieci settembre del 1993 Marco compì i 14 anni e già durante la primavera successiva cominciò ad avanzare la richiesta di un motorino. Onestamente non sapevo come regolarmi, a dire perentoriamente di no ci pensò mia moglie, con un tono che non voleva ammettere repliche. Io mi feci scappare qualche mezza promessa cercando un compromesso, una dilazione del problema ma alla fine dell’anno gli dissi: stà tranquillo, avrai il motorino, ti do la mia parola. Detto questo non potevo più tirarmi indietro e ne ero, nel mio intimo, sollevato. Nelle more mi ero documentato su caratteristiche, prezzi, prestazioni, assistenza ecc. ma era tutto un lavoro inutile. Marco infatti, che ha sempre avuto le idee chiare, aveva deciso già da tempo e voleva l’F10 della Malaguti, quello e solo quello, non ricordo se il colore amaranto fu una sua scelta o era l’unico disponibile. Lo andai a ritirare io, secondo me per fargli una sorpresa al ritorno da scuola. Marco era felicissimo, il suo Malaguti quasi se lo portava in camera la sera. Piano piano presi confidenza col variatore anche se all’inizio mi capitava di zampettare e dovevo stare attento a non accelerare quando ero fermo al semaforo. La guida era facile e anche divertente ma ovviamente non potevo approfittarne troppo perché Marco ci andava a scuola, allo stadio, a giocare a calcio, alle feste, insomma dappertutto come era giusto che fosse. Io ero contento di averlo fatto contento, all’inizio stavo un pò in ansia ma ogni tanto lo osservavo mentre guidava e mi tranquillizzavo. Venne l’estate, ce ne andammo come al solito al mare e poi come sempre ci aspettava la nostra casa in Sila da dove io facevo il pendolare. Quell’estate però c’era un problema: chi lo porta il motorino da Cosenza a Camigliatello? Un po’ avevo la classica ansia paterna, un poco forse avevo inconsciamente voglia dopo tanti anni di farmi una bella strada di montagna con una due ruote, certo che fui perentorio: il motorino in Sila lo porto io, faccio la strada vecchia e basta. Partii verso le dieci di mattina in una bella giornata di sole, avevo un giubbotto leggero e per precauzione, dovendo passare un valico a 1600 metri mi portai un giornale come facevo tanti anni prima, quando neanche immaginavo l’ abbigliamento “tecnico”. Casco ovviamente niente, quello di Marco non conteneva il mio testone e non pensavo certo di comprarne uno per andare una tantum  con l’F10. A metà percorso attaccai la salita verso Montescuro, il tracciato della Coppa Sila, gara di velocità in salita un tempo valevole per il campionato italiano della montagna. Un po’ mi preoccupavo per la tenuta del motore ma l’ F10 andava spedito una curva dopo l’altra. Arrivato al valico mi fermai a guardare il panorama, che avrò visto mille volte ma adesso provavo una sensazione particolare, tornai con la mente a quando c’ero passato col Corsarino un numero infinito di anni prima, mi venne un groppo in gola, sentendomi il ragazzino di allora. Ripartii in fretta ma subito rallentai e mi feci tutta la discesa piano piano, facevo curve e poi curve e poi curve e quando chiudevo il gas sentivo, oltre allo scoppiettio del mio due tempi, un rombo cupo di freno motore, all’uscita di un tornante mi sembrò di vedere sopra di me una grossa moto bianca, rallentavo e guardavo negli specchietti ma dietro non avevo nessuno eppure quel rombo ritornava ad ogni curva, è chiaro che era solo nella mia mente. Arrivato a casa non ci pensai più ma avevo dentro una strana inquietudine, ogni tanto mi sembrava di sentire il motore della moto immaginaria che mi aveva fatto compagnia nel silenzio di quella strada silana, piano piano mi accorsi che stavo riprendendo a guardare le moto. In giro se ne vedevano ormai tante, in gran parte giapponesi. Cominciai a orientarmi fra le varie tipologie, che ai miei verdi tempi non c’erano come le custom che ora erano forse le più diffuse o le enduro stradali. Oltre alle dilaganti giapponesi c’erano un po’ di BMW, le italiane erano Ducati, poche le Guzzi, ancora più rare le Morini e le Cagiva. Volevo, di nuovo intensamente volevo avere una moto. Una parte di me mi consigliava prudenza, è assurdo pensare ad una moto se non l’hai mai avuta mi diceva, se negli ultimi 20 anni avrai fatto 20 kilometri con moto prestate e qualche centinaio con il motorino di tuo figlio che sarà anche brillante ma è sempre un cinquantino. L’altra parte si ergeva invece a difesa del mio desiderio, enfatizzava le mie esperienze con le varie Vespe, Lambrette, Brio 100 e quant’altro, le scorribande  in Sila col Corsarino si dilatavano nella memoria fino a divenire raid memorabili, i giri dell’isolato o poco più fatti col Ducati di Paolo, i cento o duecento metri con la Laverda di Luciano, le brevissime prove con le jap diventavano viaggi. Nel frattempo accadevano altri fatti importanti: il mio giovane amico Arturo, che da tempo aveva fatto il salto di qualità passando dal Vespone ad una Suzuki bicilindrica che avevo provato non rimanendo entusiasta ma traendone la convinzione che sapevo ancora guidare, era passato ad una attempata ma sempre bella Honda CB 750 nera che poi aveva venduto a Riccardo, senza moto dai primi tempi dopo la laurea quando, finito su un marciapiede con la Vespa, era stato in coma tre giorni per trauma cranico. Naturalmente provai anche queste moto ed il mio ego ne usciva sempre più rafforzato. Finita l’estate del ’95 mi misi alla ricerca di un usato che doveva essere in buone condizioni, facile da guidare e soprattutto di costo contenuto  in modo che, se mi fossi dimostrato incapace di riprendere confidenza con la guida o mi fosse passato l’entusiasmo non me ne venisse anche un danno economico oltre a quello morale. Nella mente avevo ristretto a pochi modelli la scelta: una Guzzi della “serie piccola”, in giro si vedevano diverse 350 specialmente custom, o l’Honda Nighthawk 450 bicilindrica. Pensavo, a ragione, che fossero facili da guidare, non avevano quelle strane pedane avanzate e non si doveva viaggiare col sedere rasoterra, mi sembravano adatte anche per fare qualche viaggetto una volta che ci avessi preso la mano. Le sole Guzzi usate che trovai erano una vecchia California, che mi incuteva soggezione per la mole ed aveva un prezzo esorbitante, ed una Imola  incidentata. Della Honda trovai una 650 con il quattro cilindri che sembrava messo per sbaglio in quel telaio e con un bruttissimo faro rettangolare, non volli  (e me ne pentii) una Kawasaki  riverniciata un po’ alla buona ma che costava una sciocchezza e che poi fece un ottimo servizio ad un altro mio amico, provai una strana Yamaha  250 semicustom col freno a tamburo davanti, insomma non arrivavo a concludere finchè Arturo non mi informò della disponibilità di una Suzuki 400 GSX in ottime condizioni, di proprietà di un Infermiere del nostro stesso Ospedale.  Io ad una sportiva con i semimanubri non ci pensavo ma andai comunque a vederla. La moto si presentava bene, in sella poggiavo comodamente le piante dei piedi, un tocco allo starter ed ecco un bel rumore, diverso da quello che mi era sempre piaciuto  ma comunque cupo e gradevole, che diveniva un urlo salendo di giri. La prova fu brevissima anche perché ero in giacca e cravatta e senza casco,  mi colpirono la regolarità del motore, la frizione morbida ed il cambio dolce, il freno davanti che arrestava la moto col mignolo. Soprattutto era ormai la fine di ottobre ed avevo paura che, come era successo in altre occasioni, passato il momento magico chi sa se e quando questa benedetta moto l’avrei comprata. Ci mettemmo d’accordo e qualche giorno dopo, esperite le formalità e comprato un casco jet adatto al mio testone andai a prendere l’oggetto tanto agognato a casa del vecchio proprietario. Partii con una certa trepidazione, feci qualche chilometro e ad un certo punto, fermo  ad un incrocio in salita, la moto mi si sdraiò fra le gambe. Ripartito, caddi di nuovo per fortuna ancora senza conseguenze. Come inizio non era dei migliori ma il guaio fu che mi scivolò di tasca il libretto di circolazione. Quando me ne accorsi andai subito a cercarlo (con la macchina)  e lo  trovai ridotto in tanti brandelli che Riccardo con infinita pazienza mise insieme. Il giorno dopo un’altra caduta da fermo, che per fortuna fu l’ultima. Capii che il problema erano i semimanubri bassi e stretti e il poco sterzo, mi ricordai che persino in bicicletta mi metteva in difficoltà il manubrio tipo corsa, comunque ci stetti attento e non caddi più. Erano i primi di novembre e faceva freddo ma se non pioveva ed avevo un po’ di tempo me ne andavo in giro, con un vecchio giaccone e la sciarpa di lana. Col tempo buono mi facevo in solitudine qualche centinaio di chilometri, avevo comprato un casco integrale, il primo giubbotto Danese, gli stivali e una tuta antipioggia intera ma andavo piano, troppo piano, all’inizio mi sorpassavano persino i pullmann. Avevo capito di aver comprato la moto sbagliata ma non demordevo. La moto andava bene, ma io mi sentivo insicuro con quell’assetto di guida e non riuscivo ad essere disinvolto. Oltre al manubrio stretto e basso ed al poco sterzo, che non andavano bene per la guida lenta, c’era anche il motore che girava regolare e non mi costringeva a cambiare troppo spesso ma spingeva con poca energia finchè io non davo gas, il motore entrava in coppia e….mi spaventava con quella specie di effetto turbo che invece doveva aver fatto felici i precedenti proprietari. Andando piano il peso della moto si sentiva tutto ed era piuttosto in alto, io tendevo a guidare come avrei fatto con una Vespa e quindi a curvare col manubrio piuttosto che col corpo insomma era un problema, avevo una bella moto che non sapevo guidare ma non c’era altra soluzione, dovevo metterci impegno. Tutto l’inverno andò avanti così, a marzo era già primavera ed io ero un po’ migliorato ma nel frattempo c’era una novità, un’epidemia di ritorno alla moto. Il contagio si diffondeva rapidamente e così diversi amici vecchi e nuovi si rimettevano in sella dopo anni ed anni di letargo, qualcuno si presentava con la moto del figlio, qualcuno non aveva mai smesso, insomma in breve ci trovavamo praticamente tutti i sabati,fra le due e le tre, davanti ad una benzina a 50 metri da casa mia. Sorse così un motoclub del tutto informale che a causa della nostra età si chiamò ANTAMOTOCLUB. Era ed è una comunità aperta con un nucleo ristretto, altri soci più o meno assidui come me, amici occasionali.I primi tempi restano indimenticabili, ogni sabato pomeriggio si andava in giro per strade dimenticate dietro l’angolo in posti dai quali mancavamo magari dai tempi del liceo, a scoprire o a riscoprire a due passi da casa un castello piuttosto che un ponte romano, una torre normanna, un antico monastero o un passo di montagna dal quale si vedeva il mare. Oltre a noi più anziani c’erano anche dei ragazzi, le moto erano di vario tipo, dalla VFR 750 al Cagiva River, dal Monster 900 all’ Honda Goldwing ed al Transalp. La prima Guzzi, una fiammante Nevada 750 blu, la  comprò  Ettore, il mitico Professore che nei primi anni ’70 veniva da Palermo a Cosenza con una MV Agusta 150 e che da un po’ di tempo era tornato in sella su una piccola Yamaha 250. Nel misto lento tutto bene, il gruppo si mantiene compatto e unito, il problema per me viene quando si può aprire il gas, allora tutti a mano a mano mi sorpassano, non solo com’è ovvio le supersportive ma anche le varie Cagiva River, le enduro, una volta addirittura Piero con l’Aprilia Leonardo. Nonostante mi ci metta d’impegno è sempre la stessa cosa, parto nelle prime posizioni, ad uno ad uno mi superano tutti, piano piano li perdo di vista, alla fine se non sbaglio strada li trovo fermi ad un incrocio, benevolmente fanno finta di essersi fermati un attimo prima. E’ ancora peggio quando mi accorgo che uno o due volontari rimangono di proposito alle mie spalle, forse hanno paura che nel tentativo di non rimanere attardato possa schiantarmi contro un albero o un parapetto, insomma i miei progressi sono lentissimi ed il mio ego soffre. Ci sarebbe qualche occasione per macinare un bel po’ di km, ad esempio un amico organizza un congresso di Chirurgia a Paestum, ci vanno altri colleghi in macchina e quindi non avrei neanche  il problema del bagaglio ma alla fine non me la sento. Del resto quando me ne vado in giro da solo non riesco a fare più di un centinaio di km senza fermarmi, anche se mi secca devo ammettere che la moto mi stanca. Provo tutte le moto che mi è possibile provare e con tutte, tranne ovviamente le sportive, mi trovo meglio che con la mia, anche con le enduro che all’inizio mi mettevano soggezione per l’altezza da terra e che erano diventate la passione di Arturo ( da allora ne ha avute 8); la prima era una datata Guzzi 65 NTX, esteticamente bruttina ma sorprendentemente maneggevole. A questo punto è necessario  fare un passo indietro: appena compiuti i 16 anni Marco mi disse che voleva prendere la patente A. Come, un anno fa ti ho comprato il  motorino e già vuoi cambiarlo? Fra due anni hai la patente B, puoi aspettare. Certo mi rispose, aspetto, ma a 18 anni non è che mi posso accontentare di una 125. Giusto, ma intanto dovetti insegnargli l’unica cosa che non sapeva fare, usare il cambio. Dapprima in un cortile poi lungo qualche stradina di campagna imparò rapidamente tanto che una volta, ma giuro che fu una volta sola, lo lasciai guidare con me dietro lungo una strada provinciale per una quindicina di km. All’esame, con una Red Rose in prestito, non ebbe ovviamente problemi. All’avvicinarsi dei 18 anni tornò sull’argomento e mi chiese di trovargli un usato in quanto, mi spiegò, doveva trattarsi di una moto a potenza limitata e quindi “provvisoria” in attesa dei 21 anni, quando avrebbe potuto guidare di tutto. Io non so se in queste faccende c’è un destino certo è che dopo appena una settimana mi chiama Arturo e mi dice che in un salone di auto usate c’è una Guzzi 350 in vendita. All’autosalone, situato in una traversa che sembra fatta apposta per non essere trovata, di moto c’è solo quella, chiedo qualche informazione al venditore che mi sembra tutt’altro che interessato alla vendita, portiamo la moto fuori e la guardiamo con attenzione: tranne la cromatura del portapacchi un po’ rovinata mi sembra davvero in buone condizioni e non dimostra i suoi 14 anni né i chilometri percorsi. E’ una custom ma la posizione di guida è da stradale, ha il  manubrio a corna di bue non esageratamente ampio, quello che non mi piace è il parabrezza troppo grande. Non trovo il manettino dell’aria al manubrio ma con un minimo di perseveranza il motore si avvia e comincia a scaldarsi col suo classico minimo zoppicante, Arturo saggia la forcella e gli ammortizzatori, dice tuttoocchei dopodiché monto in sella e parto per un giro di prova. La guida è facile, la sella bassa ed il manubrio all’altezza giusta mi danno sicurezza. All’inizio rimango un po’ sconcertato dal motore ruvido, trattoroso anche perché è solo un 350 e bisogna lavorare un po’ col cambio che è duretto, mi sembra di guidare una moto d’epoca al confronto con la mia Suzuki dal motore “elettrico” e dal cambio leggero e preciso. Quando l’andatura si fa un pò allegra e scalo due marce alla svelta avverto un principio di bloccaggio alla ruota posteriore ma la cosa non mi manda in panico, il giro si prolunga più del necessario e mi diverto. Marco, che ha sempre avuto le idee chiare, si limita ad andarla a vedere e mi dà il via libera per l’acquisto. Vado a trattare con il proprietario, un distinto signore di Torino che mi racconta dei suoi giri con quella Guzzi sulle montagne della Calabria, ci mettiamo d’accordo e lui  mi dice: “vedrà, vedrà, suo figlio sarà contento e la moto a lei piacerà ancora più che a lui…”. Visto che Marco poco dopo l’acquisto era a Perugia e che ogni tanto bisognava far girare la Guzzi per non farla arrugginire cominciai ad alternare le due moto ed il contrasto era stridente, nella Suzuki tutto era liscio, morbido e vellutato, nella Guzzi tutto era grezzo,rumoroso, meccanico. Del resto era quasi assurdo fare paragoni, quattro cilindri contro due, sedici valvole contro quattro, due alberi a camme in testa contro aste e bilancieri eppure….per chiudere il discorso facevo ricorso alla cavalleria della Suzuki e quando la strada era diritta la potenza e l’allungo del 4 cilindri erano tutt’altra cosa. Peccato che l’avevo da due anni e non avevo ancora imparato a guidarla mentre con la Guzzi ci avevo preso subito mano e mi sorprendeva la facilità con la quale affrontavo i percorsi ricchi di curve, in salita la ripresa da bassa velocità richiedeva un uso frequente del cambio ma era facile capire quando dovevo salire o scendere di marcia, in discesa mi sentivo molto più sicuro col busto eretto e le mani poggiate sul manubrio, anche la forza del freno motore mi aiutava a sentirmi più tranquillo. Quell’estate Marco se ne andò da solo al mare con la Guzzi stivando le sue cose in un borsone , io ovviamente ero un po’ in pensiero ma in fondo lo invidiavo, nel giorno previsto per il rientro andai ad aspettarlo per strada con due ore d’anticipo. Una Nevada 750 amaranto l’aveva presa un giovane Neurochirurgo, mio quasi omonimo, che prima aveva un’Aprilia Classic 125 che ovviamente avevo provato. Mi fece provare anche la Nevada ma il primo giro, breve e quasi tutto in città, fu  una mezza delusione in quanto mi sembrava di guidare la vecchia V35 C. Certo, il motore aveva una bella coppia ai bassi regimi e una buona dozzina di cavalli in più in alto ma questo in città serviva poco, se non ad usare meno il cambio. In seguito la provai ancora ed almeno in parte mi ricredetti. Il miglioramento rispetto alla V35 c’era anche se la qualità generale era forse addirittura inferiore, la trasmissione era meno rigida e scorbutica, agli alti regimi le vibrazioni erano meno fastidiose, la frenata era più modulabile e non c’era più il sistema integrale ma sostanzialmente la moto era quella e non capivo che forse il fascino stava proprio lì……. Ancora non mi ero ammalato e durante il corso di laurea in Medicina non me lo avevano insegnato ma c’è una malattia strana ad etiologia complessa, in parte genetica ed in parte acquisita, conosciuta come guzzismo (ai Colleghi che volessero approfondire l’argomento consiglio il lavoro scientifico “Psicopatologia del Guzzista” di P. Pintore contenuto nel trattato “MOTO GUZZI quando le moto hanno l’anima”, AA.VV. a cura di G. Puccetti , Mondadori Editore, Milano 2007 ….) Nel mio caso l’incubazione della malattia è stata piuttosto lunga ed io non mi accorgevo dei sintomi. Non avevo fatto caso, ad esempio, che il rumore della moto immaginaria era quello di una Guzzi, quando mi incontravano col V35 e mi facevano i complimenti (come ci stai bene con la moto di Marco, fammi sentire un po’ il rumore del motore, ma questa è una California? Quando mi porti a fare un giro?) quasi arrossivo dal piacere, se mi chiedevo con quale moto sostituire la Suzuki pensavo ad altre marche ma sentivo il rombo di una Guzzi a isolati di distanza. Grazie ad un’inserzione riuscii a rivendere la Suzuki senza rimetterci neanche tanto. Non era stata una scelta felice ma non era colpa sua, avrei avuto bisogno di una moto facile ed avevo comprato una sportiva coi semimanubri bassi, avevo sbagliato ma nonostante tutto quella Suzuki mi aveva fatto tornare motociclista, meritava comunque la mia gratitudine. Marco era a Perugia e quindi usavo la sua Guzzi, con la quale ogni giorno che passava aumentava il feeling. Mi piaceva il rituale della messa in moto, a freddo ci sarebbero volute tre mani per via di quello strano comando dell’aria sul coperchio del cilindro sinistro, del motore che bisognava far riscaldare prima di partire indugiando sempre più del necessario per prolungare il piacere di ascoltare quel minimo. Poi, una sgasata e via, ogni scusa era buona, da noi ci sono tante montagne anche sul mare e chilometro dopo chilometro il ritmo di quel vecchio, piccolo grande bicilindrico sembrava sincronizzarsi con quello del mio cuore, sempre da una curva all’altra verso un valico o una cima, fra boschi e prati, laghi e mare e tramonti… Quando non ero in giro col V35 ero intento a provare qualche altra moto, a cominciare dal Monster  che mi piacque molto, il motore era un po’ scorbutico ma aveva carattere, la moto era facile e decisamente divertente ma la sella duretta e la posizione di guida un po’ sacrificata non lasciavano intravedere grandi possibilità di viaggiare.  Le custom a parte le Guzzi non mi piacevano specialmente per la posizione di guida che mi sembrava assurda. Avevo difficoltà a trovare una moto come la volevo io, cioè una naked turistica. Guzzi nude e recenti non se ne vedevano, sulla carta c’era la Strada 750 ma di fatto era introvabile.  C’era la Kawasaki ER5, una 500 bicilindrica molto carina anche se  col freno a tamburo dietro.  Ne trovai una nera usata, di un collega che voleva passare ad una moto più grande.La provai e non mi dispiacque, il motore non aveva molto carattere ma era leggera e facile da guidare. La richiesta economica  però era eccessiva, tanto valeva comprarla nuova e magari rossa come quella esposta in Concessionaria. Ad ogni modo, non ne feci nulla. Come già detto avevo scoperto le enduro,  Mi piacque ma in modo tiepido la Kavasaki KLE mentre con la Pegaso dell’Aprilia riscoprii il piacere del motore monocilindrico. Fra tutte quella che mi conquistò fu la F650 della BMW, moto che i soliti esperti bocciavano (non è una vera BMW…). Un amico mi prestò la sua per un intero pomeriggio, poco tempo dopo ne ebbi in prova una in vendita, rossa, per quasi una settimana. Non era proprio bellissima ma era un tipo, era ultramaneggevole, il motore era simile a quello della Pegaso ma più trattabile, la posizione di guida e la sella veramente comode, il rumore piacevole ed il consumo basso. Il proprietario mi aveva informato di aver avuto un incidente e di aver dovuto riparare la forcella, un meccanico di fiducia in sostanza mi sconsigliò, rimandai la decisione. Sotto sotto mi era venuta voglia, avendo aspettato tanti anni, di comprarmi una moto nuova, tra l’altro col nuovo non c’era bisogno di avere tutti i soldi in mano, e tutto sommato credevo di essermi deciso per la piccola BMW. Allora la concessionaria Guzzi era vicinissima a casa mia, più che altro era un negozio di abbigliamento e accessori dove mi rifornivo, il titolare era (è) una persona per bene, estremamente garbata, che ogni tanto mi tentava con i depliant della Nevada, ma in modo molto discreto. Solo che la Nevada, come ho già detto, era troppo simile alla moto di Marco e due moto uguali in casa, da un punto di vista razionale, mi sembravano una stupidaggine. In listino oltre alla Nevada c’era la California che mi intimidiva per dimensioni e prezzo, naked non ce ne erano a parte la Centauro che reputavo non alla mia portata per via della potenza e che tra l’altro non mi entusiasmava esteticamente, specialmente nella parte posteriore. Qualche anno dopo ebbi l’occasione di una breve prova, il motore era veramente forte ma non era una moto facile, friendly come ora si usa dire. Un giorno incontro un collega e sua moglie, noti per aver fatto viaggi di un certo impegno col Vespone,  mi dicono che stanno andando a vedere la Nevada club, appena uscita, e mi propongono di andare con loro. Con la colorazione bicolore la moto mi sembra più snella, ce ne sono una rosso-nera ed una grigio- nera per la quale Giancarlo firma seduta stante il contratto. Il giorno dopo torno in concessionaria, il titolare mi accoglie con un sorriso, scambiamo due chiacchiere guardando un depliant con le colorazioni della Nevada e sento la mia voce che dice: fammi venire questa verde e nera, è l’unica che non ho visto dal vero ma credo che mi piacerà. Ci vollero dieci lunghissimi giorni per vederla ma due giorni dopo, targata bollata e assicurata, era pronta. La mattina al lavoro, mi ero da tempo liberato il pomeriggio da qualsiasi impegno e alle tre ero alla porta del negozio. Mario (il titolare) accese il motore ed una musica inondò quel piccolo spazio,  me la portò sul marciapiede e mi strinse la mano. Piccola sosta al distributore più vicino per fare il pieno, un tocco allo starter e via dalla città. Mi fermai per un caffè dopo una quarantina di km nella piazzetta di un paese, guardavo e riguardavo la mia Nevada, era bellissima. E di nuovo in sella sempre per strade secondarie nella campagna, una curva dietro l’altra, un filo di gas e via. Al ritorno feci anche un pezzo in autostrada, gli insetti mi si spiaccicavano sulla visiera ma ero troppo felice per farci caso, quando la parcheggiai vicino alla V35  la spia della riserva splendeva nella sua luce gialla. Osservai quelle due moto vicine troppo simili, che cosa poco logica pensai, meno male che una è scura e l’altra è bianca ma in fondo non è da tutti avere una Guzzi, figuriamoci averne due… Naturalmente avevo voglia di farla vedere a tutti ma repressi il desiderio, il giorno dopo avevo tutta la giornata impegnata e andai a lavorare a piedi. Sabato alle due consueto appuntamento, grande entusiasmo per la nuova arrivata, tutti mi abbracciavano e festeggiavano come se avessi vinto una gara di superbike. Quel giorno facemmo un giretto sperimentato tante volte: via da Cosenza per Carolei, in salita fra castagni e pini al valico di Potame, la discesa al mare nei pressi di Amantea e poi la litoranea fino a Pizzo a mangiare il gelato nella piazzetta vicina al castello di Gioacchino Murat, il tutto per la prima volta senza che gli altri mi lasciassero indietro. Era ancora aprile, cominciò presto a fare fresco mentre il sole tramontava. Tornammo per  l’autostrada che nella prima parte ha lunghi tratti rettilinei dove naturalmente tutti andavano sparati, io ero un po’ preoccupato per il motore che aveva fatto ancora trecento kilometri ma soprattutto, per non farmi staccare dal gruppo, dovevo attaccarmi al manubrio per resistere al vento, cercavo di abbassarmi sul serbatoio ma forse era vero, dovevo montare un parabrezza.  Lo feci al primo tagliando dopo neanche un’altra settimana e dovetti far aggiustare il tachimetro, che nei primi due anni si ruppe diverse volte. Alla fine di maggio c’era un congresso nazionale di Chirurgia a Bari, ottima occasione per provare la Nevada come moto da viaggio. Il parabrezza c’era già, comprai anche il portapacchi e le borse laterali. Alla fine la moto non ci rimetteva esteticamente, anzi… La sera prima della partenza feci il pieno, controllai le gomme e l’olio, diedi una ripulita al parabrezza, riempii le borse e andai a dormire. La sveglia era alle sette ma naturalmente  mi svegliai prima delle sei, meno di un’ ora dopo ero pronto. Tac tac, tac tac le borse erano montate, un colpetto allo starter, il motore prende a scandire il suo ritmo mentre tiro la moto fuori dal garage, con calma infilo il casco e indosso i guanti mentre mi sembra che anche la moto non veda l’ora di lasciarsi tutto alle spalle, dentro di me sono euforico, mi sento vent’anni di meno. Mi godo il viaggio chilometro dopo chilometro, la giornata è bellissima, il paesaggio  mi corre incontro ed io sono tutt’uno con tutto quello che mi circonda, la strada, le montagne, il mare, l’asfalto che fugge sotto le ruote, mi fermo ad una stazione di servizio sull’autostrada Taranto-Bari per fare benzina. C’è poco traffico, tengo la lancetta del tachimetro sui 130-140, arrivo all’Hotel Sheraton a metà mattinata, mi metto in giacca e cravatta  e seguo regolarmente il congresso assentandomi solo alle cinque del pomeriggio dopo, quando me la squaglio e vado a vedere Castel del Monte. Arrivo al calar del sole, il castello è chiuso e quindi non posso vedere l’interno ma la vista è bellissima, il rosso del tramonto tinge lo splendore di quelle mura antiche in mezzo ad un mare di olivi increspati da una brezza lieve. Rimango in estasi finchè si fa proprio buio, per tornare indietro e trovare l’albergo impiego quasi due ore perdendomi e riperdendomi in un dedalo di strade che non conosco, ma è stato un pomeriggio indimenticabile. Quando il congresso finisce torno a casa ma ne approfitto per fare delle soste, la prima al castello di Roseto praticamente sulla strada e a picco sul mare. Poco dopo verso l’interno si vede il castello di Rocca Imperiale, l’ho visto tante volte da lontano ma stavolta ho la moto e tutto diventa facile, vado a vederlo da vicino, già che ci sono punto verso l’interno e salgo su una bella strada tutta curve fino ad Oriolo dove c’è un altro castello e poi me ne torno al mare per una strada veloce che corre a lato di una fiumara dall’ampio letto bianco pieno di cespugli e di bellissimi fiori spontanei, di tanto in tanto affiorano pozze d’acqua che specchiano l’azzurro del cielo, è una meraviglia ma la moto si ferma, la benzina è finita, meno male che ormai sono sulla litoranea e passano dei colleghi che mi soccorrono.Alla fine dell’anno, in 8 mesi, la Nevada ha fatto circa 10.000 km, ad agosto con Marco abbiamo fatto il periplo della Sicilia, io avevo visto solo e in parte la costa orientale e Palermo. Che scoperta l’ovest siciliano, Selinunte, Marsala, Trapani, templi greci, mulini a vento e orizzonti infiniti, la magia di Erice, San Vito lo capo…. In quel primo anno per lo più ho girato rivedendo posti dai quali mancavo da tanti anni, che magari avevo visto da bambino e dove non ero più tornato, oppure ne scoprivo di nuovi ed ogni volta mi meravigliavo di quante belle cose abbiamo vicino a noi e di come le ignoriamo per andare a vederne altre, scavalcando con l’aereo nazioni e continenti. Come scriveva l’ indimenticabile Carlo Talamo “ci sono migliaia di posti che stanno qui dietro, a portata di mano, posti che si possono vedere in pochi giorni, con poche ore di viaggio…”  Parlava dell’Italia  ma la Calabria è una piccola Italia, una regione dove le caratteristiche del nostro paese ci sono tutte, dove (cito ancora Talamo e lo citerò ancora alla fine del racconto) “l’accento cambia ad ogni pieno di benzina, dove si passa dalla neve al mare in meno di nulla”. In una Sicilia verde Irlanda che non immaginavo ci tornerò con due amici  l’aprile dell’anno dopo, a Ragusa, Modica, sulle spiagge dell’estremo sud fino a Capo Passero, rivedrò quell’incanto che è Siracusa; ci tornerò anni dopo con la California Stone, attraversando i Nebrodi con alle spalle l’Etna pieno di neve e davanti nell’azzurro le Eolie… Il tempo passava, a maggio del 2000 divenni di nuovo pendolare, nel senso che andai a fare il primario chirurgo ad Acri il che significava 80 Km al giorno per metà su una divertente strada di montagna, ottima per la moto. Marco si avviava ai 21 anni, in linea di massima pensavamo che gli avrei passato la Nevada  ma non sapevo con cosa sostituirla. Casualmente un amico mi disse della sua intenzione di dismettere la moto per passare ad uno scooter. La moto in questione era una BMW K 100 RT, con parecchi anni di servizio ma veramente in eccellenti condizioni. Prendila, mi disse l’amico, e tienila per tutto il tempo che vuoi, poi fammi sapere cosa hai deciso. Il prezzo tra l’altro era estremamente conveniente. La mia fede guzzista, lo riconosco, vacillava, mi giustificavo dicendomi che la Nevada sarebbe rimasta in famiglia, che nessuno l’ avrebbe declassata a moto da città ma devo ammettere che quella specie di incrociatore mi attirava  non poco e così lo tenni per quasi un mese. Marco, che ha sempre avuto le idee chiare, quando lo vide storse un po’ il naso, per lui le BMW  sono quelle col boxer…A me onestamente piaceva ed anche ora continuo a pensare che sia stata una delle migliori se non la migliore moto da gran turismo mai fatta. Dopo un minimo di impaccio iniziale ci presi rapidamente confidenza, certo non era un motorino ma non c’era problema a guidarla anche in città. La linea nonostante la mole era bella ed elegante, certo più di altre BMW comparse successivamente. Era decisamente ben fatta, la protezione aerodinamica era perfetta, il motore spingeva con decisione ma con garbo ad ogni regime, la stabilità era buona, il cambio preciso, la strumentazione completa però…c’era un però ed era il rumore del motore. Non tanto a bassa andatura quando non lo sentivi e neanche in autostrada quando veniva coperto dal vento, ma in salita sulle strade di montagna bisognava tirare le marce ed ecco che veniva fuori un rumore come quello della FIAT 1100 di papà quando ero piccolo. Provai e riprovai ad accettare quel difetto ma alla fine dovetti rinunciare. Fu così che mi tenni la mia Guzzi, alla quale chiesi scusa per il momentaneo tradimento. Anche Marco ci guadagnò dalla mia rinnovata fedeltà alla Nevada, in quanto non molto tempo dopo gli trovai praticamente nuova (e gli regalai per il 21esimo compleanno) quella che era diventata la moto dei suoi sogni, una BMW R850R che ha tutt’ora e che è indubbiamente una gran moto, quasi come una Moto Guzzi. Purtroppo dovemmo dare via, con vero e profondo dispiacere, quella V35 che mi aveva fatto riscoprire il piacere della moto e mi aveva fatto innamorare della Moto Guzzi. A distanza di tanti anni il dispiacere anziché diminuire è aumentato anche perché quella moto, a quanto ne so, è abbandonata in un garage e non vive. Tornando a me, la strada che mi portava da Cosenza ad Acri (per non parlare di quella che battevo d’estate) era magnifica per provare moto di vario genere lasciando riposare la Nevada o la moto di Marco, la V35 prima e la BMW dopo. Le provavo in genere  per curiosità, a volte era qualche amico che mi chiedeva un parere magari prima dell’acquisto (che soddisfazione per uno che si era sempre sentito uno scarso…). Ricordo con piacere l’Aprilia Caponord e  la BMW 1150 RS  ma a parte l’incrociatore, col quale in fondo ci fu solo un’affettuosa amicizia condita da stima, nessuna mi fece innamorare finchè non ci portai un’altra Guzzi e precisamente un V11 sport colore argento.  Il motore non era una bestia come quello del Centauro, ma per quanto  facile e trattabile spingeva davvero forte, il cambio era favoloso e la ciclistica svelta. Su quelle strade curve-curve che ormai conoscevo a memoria mi sembrava di volare sulle note  di una musica  che mi faceva vibrare l’anima. Quando scendevo poi, e la guardavo, era veramente un’emozione. Già che c’ero, provai anche la Le Mans con la quale mi tolsi anche lo sfizio di vedere, per un istante, la lancetta del tachimetro a 220. Non era la stessa cosa perché, anche se la moto era sostanzialmente uguale, stare rannicchiato dietro la carena mi dava come sempre un senso di claustrofobia e poi a guardarla il cuore non mi batteva come con la moto nuda. Piano piano però la ragione prevalse. La V11 era una moto affascinante e appagante nella guida ma forse o senza forse non era la moto che si confaceva ad un ragazzo come me, che aveva ormai superato i 50. La posizione di guida era ottima per fare una strada di montagna, non creava problemi in città ma certamente era difficile sopportarla a lungo, alla mia età e con un po’ di pancetta. Con la Nevada ed anche con la BMW di Marco mi ero abituato a viaggiare comodamente portandomi dietro tutto il necessario ed anche qualcosa in più, eravamo andati oltre che in Sicilia anche in Corsica e poi in Austria, col V11 mi sembrava difficile fare tirate di 7-800 chilometri, a meno di non trovare un sistema per ringiovanire di una ventina d’anni. Il guaio è che ero comunque entrato nell’ordine di idee di cambiare moto per cui, anche se la ragione mi consigliava di non farlo e la Nevada era un’ottima compagna, difficilmente passava una settimana senza che mi affacciassi in concessionaria dove un fatale pomeriggio incontrai una luccicante California Stone tutta nera per la quale presi una cotta. Davvero, che strano tipo sono io, mi piacciono le moto semplici, standard o naked come vogliamo chiamarle e poi una volta mi compro una sportiva carenata, un’altra un custom. Stavolta poi la naked c’era, ci sarebbe, ed io mi vado ad invaghire di quella maliarda in nero…Tra l’altro dopo essermi fatto dare in prova il V11 e la Le Mans non mi andava di chiedere anche la California. Un paio d’anni prima avevo provato l’EV di un amico ma in pratica ero andato a prendere un gelato con Marco ed anche dopo, da solo, ho guidato in modo più che tranquillo. Telefono ad un collega (tra l’altro Presidente del Motoclub “I briganti” e persona molto disponibile) che ha  una Special rossa e nera. Alle sette di mattina mi presento a casa sua con la Nevada  e me ne vado a lavorare con la California facendo un bel po’ di curve. Il motore ha un gran tiro ed un rombo entusiasmante, il cambio è meglio di come lo ricordavo, la moto è abbastanza agile e si guiderebbe proprio bene se non fosse per l’eccessiva ampiezza del manubrio che impaccia nelle curve strette e nei tornanti, mi ricordo che sulla EV era decisamente più contenuto. Mi procuro un nastro centimetrato e misuro il manubrio, che è davvero troppo largo. Nel pomeriggio la prova continua con altre strade, sulla A3 la moto ad alta velocità sembra correre sui binari ma la larghezza del manubrio accresce l’ effetto vela. Verso sera vado in concessionaria e misuro il manubrio della bella, che è davvero più stretto e non di poco, al pari di quello di una Metal, quella col serbatoio tutto cromato, che è già targata e mi faccio dare in prova. Il giorno dopo è il primo maggio, ci vado al motoraduno dei briganti dove la Metal ha un notevole successo anche se qualcuno mi chiede se è una pubblicità dell’Italsider. Passo qualche ora ad annoiarmi con quelli che si divertono con i burn out e altre genialate del genere, il giro è programmato per mezzogiorno, vado da solo per le colline, mantengo un ritmo allegro e mi diverto, col manubrio più stretto la moto si guida molto meglio, solo la frenata non mi convince. La cosa certa è che il giorno dopo, con le solite lacrime di coccodrillo, dò in permuta la Nevada per la California Stone, che ho poi tenuto per tre anni. Onestamente era un’ottima moto ma non sono riuscito a stabilire con lei il feeling che avevo avuto con la Nevada. La Stone infatti era decisamente più custom e quindi diciamo che la maneggevolezza non era il suo pregio principale e poi a differenza della Special e della EV la frenata non era proprio di riferimento. Per il resto era veramente bella e non so se l’ ho migliorata o no facendo cromare i coperchi delle teste. Nel periodo Stone come lavoro mi ero avvicinato a casa trasferendomi da Acri a Rogliano, graziosa cittadina pedemontana dalla quale si dipartono innumerevoli strade per andare verso la Sila, le montagne del lamentino, le serre catanzaresi, il mare anzi i mari…insomma un posto ideale, una volta finito il lavoro, per esplorare quei posti dietro l’angolo che chissà perché non troviamo mai il tempo per goderceli. Ad esempio a pochi chilometri da Rogliano c’è una piccola ma suggestiva cascata, in fondo è a mezz’ora da casa mia ma non l’avevo mai vista. Al di la di questo piccolo cabotaggio la Stone si prestava benissimo a viaggi più impegnativi sia per le doti del motore sia per il confort ma purtroppo per problemi miei, lavorativi e personali, non abbiamo fatto granchè, le massime distanze sono state Napoli e Palermo ma con una moto così anche una gita o un giretto di un paio di giorni può essere un ricordo straordinario, come ad esempio lasciare Rogliano e salire in Sila, costeggiare il lago Ampollino e fare una sosta nel castello di Santa Severina, scendere per la valle del Tacina fino a Le Castella, fare il bagno e nel pomeriggio tornare a casa passando da Capo colonna a Crotone e riattraversando la Sila lungo un altro lago su altre strade. O ancora arrivare a Pizzo e salire a Serra San Bruno, proseguire per Stilo e Monasterace, la sabbia ed il blu del mar Jonio, il cielo di notte ad agosto e il giorno dopo tornare per Soverato, Copanello e la Sila piccola. Tutti posti qua dietro l’angolo certamente belli ma che in moto diventano una meraviglia. Da guidare era decisamente piacevole,  si poteva andare svelti nel misto ma massa e lunghezza obbligavano a lavorare di braccia e di gambe per cui ci si stancava ed era meglio ridurre il ritmo. Con un ritmo più rilassato era veramente impagabile, riprendeva anche con una marcia di troppo, il motore aveva un’elasticità incredibile ed una musicalità straordinaria, sui tratti veloci  spingeva sempre con forza e la tenuta era perfetta, nulla da vedere con quelle custom che se prendi un curvone a 120 è come se giocassi alla roulette russa. Aveva inoltre una caratteristica veramente unica, o almeno che io non avevo mai riscontrato su nessuna moto: bastava farci una trentina di chilometri possibilmente pieni di curve e provocava un inequivocabile effetto afrodisiaco. Un amico harleysta mi ha confidato che la sua Fat boy gli fa lo stesso effetto e che per questo non la cambierà mai. Io forse non sono fedele di natura, almeno con le moto, o la cosa non mi interessa abbastanza, certo è che quando sono apparse le prime foto della Breva 1100 ho visto una moto come la volevo io, come l’ho sempre voluta anche se al solito rimaneva una foto da salone, come la Griso, non si sapeva se e quando sarebbe diventata realtà. All’inizio dell’estate del 2005 invece mi arriva una telefonata: c’è una Breva 1100 in concessionaria e la fanno provare. I soliti impegni di lavoro mi impediscono di muovermi, quando arrivo è già successo l’irreparabile: un infedele (non aveva mai avuto una Moto Guzzi) l’ha provata ed immediatamente l’ha comprata senza neanche discutere il prezzo. Quindi non si poteva provare ma era ancora là, nascosta fra altre moto. Confesso che esteticamente mi piacque ma senza entusiasmarmi.  Per me il faro deve essere grosso e rotondo come sulla California, quella forma ovaloide non mi convinceva. Ad ogni modo un’altra non c’era, né erano previste altre consegne, ne riparleremo dopo l’estate. A ottobre quella Breva è di nuovo in concessionaria e si può provare: il proprietario non l’ha trovata sufficientemente sportiva e l’ha lasciata in conto vendita ordinando una Griso. Me la riguardo mentre aspetto le chiavi, ho sempre qualche perplessità sul fanale ma più la guardo più mi piace, è abbastanza corta ed ha un piglio sportivo, il motore ma anche il monobraccio con la trasmissione sanno di forza e potenza, mi sembra veramente ben fatta. Trovo strano il rumore con la frizione tirata, sembra un Ducati, rilascio la leva ed il peso scompare mentre sento che è lei, la moto come l’ho sempre voluta, maneggevole e svelta non proprio come il V11 ma molto più comoda, il motore non ha la coppia cavernosa né la musicalità della California ai bassi regimi ma spinge con decisione, entusiasmante dai 4.000 giri in su e con un allungo notevole, il tutto con un sound ai medi ed agli alti regimi veramente coinvolgente. Mi porterei proprio questa a casa ma mi impongo di essere razionale e la ordino nuova, inconsciamente sento che questa è davvero la moto definitiva. Dopo un’attesa interminabile arriva, la immatricolo il 7 di novembre del 2005, arriva l’estate di San Martino. Andiamo in giro con gli amici, i tempi che mi vedevano rimanere sempre indietro sono lontani anche se la Breva è in rodaggio, rapidamente faccio il tagliando dei 1500. Mi trovo veramente a mio agio dappertutto, dalle strade di montagna al traffico della città all’autostrada. Il motore è fluido, generoso, sempre pronto a salire di giri, la ciclistica è agile ed i freni sono eccezionali sia per potenza che per modulabilità. E poi è bella, non dico che è bellissima perchè ci sono altre moto, Guzzi e non Guzzi, che da un punto di vista strettamente estetico sono superiori, ma lei è la moto come la desideravo, persino da ferma la guardo e mi emoziona. Anche il nome, che è il nome di un vento, mi piace e mi sembraun nome di donna, a poco a poco non dico più “esco con la Breva”, “vado a prendere la Breva” ma “esco con Breva”, “vado a fare un giro con Breva”, “partiamo io e Breva”.  Il primo di gennaio ogni anno faccio un giro propiziatorio in moto, con qualsiasi tempo. Il primo capodanno con Breva il vento era gelido ed il cielo pieno di nuvole, nel primo pomeriggio con due amici siamo andati in giro in un’atmosfera surreale, per le strade non si incontrava nessuno, solo alberi spogli, erba e foglie morte sulla terra indurita, ma io vedevo cieli blu. Blu come quello che l’aprile successivo trovammo in  Austria e in Baviera, è stato un viaggio bellissimo ed anche l’ epilogo nella pioggia, provocato dal mio talvolta cattivo carattere, è un ricordo indimenticabile del quale ho parlato in un altro racconto (la mia fuga con Breva). Non ho potuto andare in Tunisia con l’Antamotoclub il 2007, mi sono categoricamente rifiutato di andare in Cornovaglia nel 2008 (ad aprile!!) ma quando si è decisa la meta del 2009, il Marocco, il mio entusiasmo è andato alle stelle. Ero stato a Marrakech anni prima ma c’ero andato in aereo, arrivarci in moto dopo avere attraversato il Rif e l’Atlante fra foreste di cedri e montagne di roccia nuda, dopo il deserto certamente era un’altra cosa… Passammo interi pomeriggi a discutere itinerari e luoghi da visitare, chilometraggi e deserti e disegnammo un magnifico itinerario. Il giorno della partenza eravamo come ragazzini in gita scolastica e c’era il sole. Poi sia in Italia sia in Spagna trovammo un tempo orribile con grandinate come non ne avevo mai visto, eravamo quasi a Valencia quando ci fu un incidente sull’ autostrada e il nostro amico Francesco fu investito da una macchina. Grazie a Dio il danno si è limitato (oltre alla moto demolita)  ad una brutta frattura ma il viaggio è finito. Solo due irriducibili sono andati a piantare la bandiera degli Anta in Marocco ma, saltate le varie prenotazioni, hanno potuto in pratica affacciarsi all’Atlantico e passare qualche giorno a Fes. Gli altri siamo tornati indietro, la delusione è stata grande ma ci ha aiutato il sollievo per Francesco che tutto sommato se l’è cavata con poco. Tornando a me ogni tanto provo qualche altra moto, qualcuna sinceramente mi è piaciuta, ho preso una sbandata per la Morini  1200 sport che è bellissima da guardare e da guidare, ma anche in quest’ultima occasione non ho pensato seriamente di separarmi da Breva, tutt’al più avrei potuto proporle un menage a trois ma poi ho capito che a me va bene lei così com’è. Anche se non è sexy e potente come la Morini è la mia moto, la moto come l’ho sempre desiderata, bella e veloce senza esagerare, formosa ed elegante, potente e gentile, affascinante e discreta, amica e amante. Non voglio pensarci ma se dovessero rubarmela ne prenderei un’altra uguale. Non so se faremo più viaggi a largo raggio, io comincio ad avere una certa età e le mie ossa hanno qualche acciacco, vorrei almeno portarla a Mandello per farle vedere la casa dove è nata, quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno e gli altri rami e laghi, quel cielo di Lombardia così bello quando è bello… e poi c’è tanta Italia  da scoprire, questo paese “dove si passa dalla neve al mare in meno di nulla, dove in una settimana vedi di più che a fare il giro del mondo”, con l’Aquila sul serbatoio, naturalmente.