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Traversata delle tre Americhe in moto – Toronto

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Traversata delle tre Americhe in moto - toronto

di Claudio Giovenzana

Vi introduco a questo particolare diario di viaggio, scritto tra strade motel e accampamenti in tenda e parchi naturali. Nonostante la difficoltà di tenere un diario aggiornato in difficili condizioni di clima e confort scrivo con il sapore fresco delle esperienze appena fatte e sentendo ancora il profumo dell’avventura che sto per raccontarvi. Nove mesi orsono decisi di attraversare in solitaria il continente americano dal Canada sino all’Argentina, il primo autentico viaggio che feci fu convincersi a partire sopportando per sette mesi l’idea che avrei abbandonato a tempo indefinito le mie consuetudini e il mio lavoro. Il secondo viaggio fu iniziare a comprendere i meandri burocratici da percorrere per ottenere spedizione della moto e documentazione necessaria per attraversare tutti i paesi. Il terzo viaggio, di cui vi parlerò in questa sede, ha preso forma poco più di un mese fa quando dopo aver sdoganato la moto a Newark negli Stati Uniti ho iniziato a salire verso il Canada dando inizio alla traversata in solitaria del secondo paese più grande del mondo: dieci milioni di chilometri quadrati, 10 province, 6 fusi orari.
Sono entrato in Canada il 17 agosto alle cascate del Niagara, pensavo di percorrere solo poche centinaia di chilometri, preoccupato dai costi elevati rispetto alle mie mete future e diffidente rispetto al clima decisamente più ostico, pensavo sarei presto rientrato negli Stati Uniti cercando la Route 66 alla volta della costa occidentale. Non potevo immaginare che vi sarei rimasto un mese, un mese intero di strada, boschi, cittadine e incontri, un mese alla ricerca di leggende e di storie che raccontassero quanto stavo osservando folgorato dalla bellezza che mi circondava. Ancora non sapevo che stavo per esaurire i soldi sulla carta di credito, ne che mi sarei fermato a chiedere ospitalità e lavoro in una fattoria, ne che sarei finito nelle case delle persone più gentili e accoglienti, tantomeno che avrei attraversato uno dei parchi più belli del Nordamerica: il Jasper Park, guadagnato dopo aver percorso centinaia di km sotto l’acqua finendo una volta bloccato in tenda quasi un giorno intero sotto tuoni e lampi e un’altra volta a riparare la moto con qualche grado sotto zero.
Correvo con il polpastrello sulle mappe, seduto nella mia piccola tenda, cercando di indovinare e anticipare le strade che avrei percorso e le città che avrei visitato, propendevo per un “mordi e fuggi” dove l’assaggio del Canada sarebbe rimasto relativo alla parte sud dell’Ontario e la fuga sarebbe stata mille chilometri dopo al più tardi. Mi trovavo in Ontario all’inizio, pensavo a quella provincia come fosse una piccola variazione sul tema del mio viaggio Americano, una sorta di “escursione nei boschi”. Eppure presto avrei appreso la reale estensione della sua superficie, ben tre volte più estesa di quella dell’Italia; unitamente alle altre nove regioni iniziava a formare le prime percezioni del Canada come qualcosa di mastodontico. Dalla carta delle mappe all’asfalto del manto stradale molte cose cambiano, una di queste è stata la decisione di attraversare tutto tutto il paese, o quasi, piuttosto che farmi solo qualche giornata. Successe quando mi resi conto che i soldi richiesti alla banca per caricare la carta di credito non arrivavano, ero a Warwick poco dopo le Niagara Falls indeciso se varcare il confine e rientrare ancora negli States, decisamente più economici. Eppure fuggire nonostante la mancanza di denaro non mi sembrava la soluzione più confacente alla mia curiosità, chiesi cosi ospitalità in una fattoria offrendo il mio lavoro in cambio e incontrando la meravigliosa accoglienza di cui sono capaci i Canuck, questo mi convinse a vivere il Canada più a lungo decidendo di attraversarlo quasi per intero sino alla costa occidentale. Eppure culturalmente non riuscivo a inquadrare ne il paese ne tantomeno i canadesi, c’era una sorta di schermo percettivo attorno al Canada che rifletteva l’immagine degli Stati Uniti impedendomi di comprendere veramente quali fossero le sue origini, la sua idiosincrasia e i suoi tratti peculiari.”Canada come natura”, questo era il sillogismo principale e poco mi aveva aiutato la televisione, più spesso occupata a puntare le cineprese sul “Made in Usa” che a parlare di altre realtà.
Parlando con i canadesi mi sono reso conto che in effetti non sentono di possedere un’immagine identitaria cosi forte e netta come gli Stati Uniti che sotto la bandiera stelle e strisce raccolgono le popolazioni più eterogenee uniformandole molto più di quanto non accada altrove. Il vero ritratto di Canadese, anche detto simpaticamente “Canuk” lo ho incontrato nell’orgoglio per la natura e nella propria buona reputazione su scala globale oltre che nell’accoglienza e nell’operosità dei mestieri. Il “melting pot” canadese, ovvero la miscela di culture razze e provenienze, non sigilla in un protocollo ciò che è Canadese per distinguerlo da ciò che non lo è. Ho appreso che i Canadesi sono orgogliosi di esserlo all’estero ma nella loro terra si percepiscono più facilmente nella loro distinte provenienze. Mi è capitato così di conoscere canadesi di discendenze croate, italiane, scozzesi, ucraine e sudamericane, tutti fieri di abitare una unica terra dalla natura rigogliosa e incontaminata ma anche di possedere al contempo la storia delle loro origini altrove, in altri continenti e altri paesi.
Gli incontri sono stati una chiave di volta per comprendere questi spazi che a colpo d’occhio assomigliano a tappeti verdi srotolati lunghi migliaia di chilometri che ospitano orsi, alci (i cosidetti “moose” dei cartelli stradali), castori cervi salmoni e aquile. Eppure, sfogliando guide, passeggiando per città e parlando con persone si scopre la cultura all’interno della natura: le storie degli “Amerindi”, dei “Metis” e degli “Inuit” gli autoctoni che hanno subito le mire coloniali dell’Inghilterra e della Francia, ma anche le leggende locali e i personaggi che le hanno dato vita. La leggenda di Charles Blondin è la prima che incontro mentre osservo i 600 metri di ampiezza della acque che si rovesciano diventando le cascate più famose del mondo: le Niagara Falls. Nel 1860 questo uomo le attraversò per la terza volta camminando su una fune d’acciaio, a metà strada si fermò e si cucinò un’omelette su un fornellino portatile, un tiratore scelto poi sparò al suo cappello da una barca 50 metri più in basso. Poche centinaia di km dopo c’è Toronto che conserva la leggenda di Glenn Gould, il pianista più carismatico e strano del mondo: a 32 anni smise di suonare dal vivo sostenendo che gli spettacoli erano troppo imprevedibili e caotici, odiava gli sport sanguinari ai quli assimilava anche i concerti “live”. Aveva una vita pubblica limitta alle sale di registrazione e faceva lunghissime telefonate in ore notturne ai suoi amici collezionando bollette da migliaia di dollari. Diceva di odiare il virtuosismo e le poche volte che suonava in pubblico sedeva su una vecchia e bassa sedia cigolante costruita dal padre, “i pianisti siedono troppo in alto” diceva, non c’era brano musicale che su richiesta dei suoi conoscenti non sapesse suonare all’istante grazie alla sua prodigiosa memoria, iniziava sempre mettendo le braccia in un secchio di acqua bollente per attivare la circolazione poi sedeva sulla piccola sedia e si dondolava mentre toccava i tasti e accompagnava le melodie con la voce. L’estro creativo, a detta di alcuni o la pazzia a detta di altri, lo spinse a reinterpretare i brani classici considerando i calibri di Mozart o Chopin alla stregua di “uomini di spettacolo e nulla più”. Leonard Bernstain che lo diresse in un’occasione si scusò anticipatamente con il pubblico dichiarando che non lui ma bensì Gould stesso, sarebbe stato responsabile di quanto suonato alla platea. “Quel pazzo è un genio” si disse di lui quando nel 1956 il suo album di musica classica fu il più venduto al mondo, poi nel 1982, data in cui dichiarò avrebbe smesso completamente di suonare, morì.
Mi allontano dalle Niagara Falls e copro altri 300 km in mezzo a foreste di pini e laghi.. una vista maestosa, inizio a capire l’orgoglio dei canadesi per la loro terra e la percorro trotterellando con il motore a bassi giri, un occhio puntato sulla strada e uno sul cielo. Sopra di me le nubi formano geometrie imperfette accostando il bianco e il grigio, mi trovo spesso al confine tra nubi “buone” e nubi “cattive”, solo le curve della strada decideranno sotto quali dovrò transitare. Non vedo le pecorelle nelle nuvole, vedo solo gigantesche cisterne pronte a rovesciarmi addosso i loro umori, suole scure pronte a schiacciarmi, a volte sembrano astronavi dalle quali fuggo a piena velocità facendomi sfiorare dall’acqua solo pochi minuti. Arrivo a Thunderbay sulla costa settentrionale dell’imponente “Superior Lake”, realizzo subito il senso di questo nome altisonante guardando i fulmini che dividono il cielo, sino a poco prima ho incontrato un buon clima, pochi rovesci e poche ma lunghe strade: la 21 che costeggia il lago Huron sino all’incantevole porto di Tobermory, poi dopo aver traghettato con il Ferry verso Manitoulin island ho ripreso la marcia sulla interstate 17 sino a giungere alla “baia dei fulmiini” sotto la pioggia e i lampi.
Tre giorni prima a Tobermory ho incontrato un signore attratto dagli adesivi attaccati alla moto che raffiguravano il continente americano con la scritta “3 Americas”, gli ho spiegato in poche parole la mia destinazione finale, l’Argentina. Le nostre affinità elettive per i viaggi e l’intercultura ci hanno consentito di familiarizzare rapidamente e ho ottenuto il suo numero e indirizzo di Thunder Bay. Così, bagnato fradicio estraggo dalla tasca il loro numero e li chiamo. Mezz’ora dopo sono a casa loro, dai convenevoli passiamo subito ai discorsi, scopro di essere stato ospitato da un “ministro della chiesa”, forse battista o protestante, non ho ben afferrato. Si parla quindi di religione e io esprimo la curiosità e l’interesse che ho sempre avuto verso quelle appartenenti alle popolazioni centro-sud americane, riferendomi ai sincretismi ed ai culti che racchiudevano sotto vestigia cattoliche le divinità appartenute alle epoche precolombiane. Lui replica che non sono da confondere con la religione cristiana perchè..alla fine.. “o sei con Cristo o sei anti-Cristo”. Ok faccio un passo indietro e scambio quanto udito per inflessibilità e dogmatismo. In realtà poco dopo mi renderò conto che c’è stato una sorta di malinteso, era frutto di una speculazione esegetica che non riguardava le sue convinzioni. E’ tutt’altro che dogmatico e inflessibile come dimostrano i fatti che seguono: in un battibaleno tira fuori un pacchetto di marijuana e mi confessa di esserne un grande amante, mi racconta di come i fedeli lo abbiano criticato per questo “Ma come fa un uomo di Dio a fumare spinelli?” “Perchè non leggete la Bibbia!” mi racconta e va immediatamente a prenderne una, mi sventola davanti un versetto della Genesi con scritto di come nutrirsi dei frutti della terra, in particolare quelli contenenti i loro stessi semi sia cosa buona e giusta.. poi mi mostra fiero il sacchetto pieno di foglie sbriciolate e semini. Un’interessante interpretazione dei testi sacri. A completare il quadro ci saranno poi le storie dei funghi messicani e del peyote e la sua foto di quando cantava in un gruppo rock.
La sua disponibilità nei miei confronti è stata meravigliosa, mi ha lasciato dormire sul divano, fare la doccia calda e proprio dopo essermi lamentato delle sembianze da spaventapasseri mi ha regalato una camicia che gli vestiva fuorimisura. In effetti, anche impegnandomi, il mio vestiario è decisamente calibrato sulla leggerezza e semplicità, quindi la camicia a scacchi ricevuta in dono diventerà il mio pezzo da collezione, una sorta di smoking per le occasioni speciali.
Parlo anche con sua moglie, originaria di Acapulco e con le due figlie deliziose e simpatiche e poi gioco un poco con Frida: il loro piccolo chiwawa costantemente percosso da brividi anche solo quando mi limito a guardarlo, penso che avrebbe timore anche di un puffo. L’indomani ci salutiamo con abbracci, foto e la promessa di rimanere in contatto via mail.
Prima di partire mi ficca in tasca 20 dollari e dice ridendo che di soldi ne ha troppi.. “come mai?” “mah..fortuna..”
Un’altra città lasciata e un’altra leggenda, quella di Terry Fox: Terrance Stanley Fox all’età di 18 anni si ammalò di cancro e gli amputarono la gamba destra. Determinato a cercare una cura per recuperare i fondi organizzò una corsa da costa a costa e il 12 aprile 1980 partì da St.Jhon’s in Terranova. Per 143 giorni corse 26 miglia al giorno, soffrendo a causa della sua menomazione ma insistendo negli sforzi sino a coprire cinque province. Raccolse 35 milioni di dollari canadesi. Arrivato al miglio 3339, qui a Thunderbay, il cancro ai polmoni lo costrinse a tornare a casa, morì l’estate seguente. Passo ad est della città per vedere il bronzo che lo raffigura impegnato a correre.
Riprendo anche io a muovermi lungo la Terry Fox Courage Highway in direzione di Winnipeg, il sole cala, abbellisce i laghi di mille lucciole e arricchisce i pini di mille ombre, il tramonto arriva e mi cerco in una via secondaria un posto dove campeggiare, uno dei tanti “CampGrounds”. In Canada potete trovare molti campeggi, motel o “inn” per passare la notte, e anche se non possedete un mezzo vostro potete affittare una macchina o prendere biglietti turistici per pullman o treni che attraversano per migliaia di chilometri l’entroterra sino a raggiungere le coste, alcuni di questi hanno anche convenzioni per i pernotti o addirittura posti già prenotati in diverse località. Potrete trovare informazioni negli uffici turistici o sul sito della compagnia di trasporti per i pullman o per i treni.
Pianto la tenda in una radura meravigliosa, accendo il fuoco e poi giusto il il tempo di mangiarmi un panino e le luce si ritira sulla linea dell’orizzonte lasciandomi all’imbrunire seduto su una pietra a finire l’ultimo frutto. Rimango imbambolato a guardare il fuoco che scoppietta, ricordo con piacere i bivacchi con gli amici che facevo da ragazzino, li rivedo nei bagliori e nelle ombre del fuoco, immagino le loro voci e provo una serena malinconia. La libertà di viaggiare da soli chiede in cambio un tributo alla solitudine, lo pago, entro in tenda, poi nel sacco a pelo e mi corico dopo una piccola veglia alle stelle di 5 minuti, estasiato dalla “calotta” di cielo nero come la pece con le sue mille lentiggini bianche spruzzate nel cielo.
Mi lascio alle spalle la provincia dell’Ontario dopo giorni di strada ed anche un fermo della polizia che mi ha messo in guardia sui pericolosi attraversamenti dei “moose”, le alci canadesi, e degli orsi lungo le statali che sto percorrendo. Avvicinandomi a Winnipeg entro nella provincia di Manitoba e mi riconnetto all’Interstate numero 1, la cosidetta Trans-Canada che conduce sino a Vancouver sulla costa Ovest e poi volto a nord per immettermi sulla numero 16 diretta a Nord-Ovest verso le montagne rocciose canadesi. Dopo l’Ontario il paesaggio inizia a diventare piatto e monotono, trovo più interessante guardare il cielo che nonostante la minaccia di rovesci mostra un’infinità di nubi intrecciate che creano diversivi alla piattezza dei campi circostanti. Alla fine della giornata ho percorso 500 km di cui gli ultimi 100 assistendo a un progressivo peggioramento nel cielo, ho iniziato la riserva ma non ho incontrato stazioni di rifornimento aperte, la situazione si è fatta critica e le mie condizioni fisiche sempre più tirate. Ho imboccato la prima strada sterrata sperando di incontrare qualcuno a cui chiedere permesso per piantare la tenda, purtroppo l’unica casa era vuota ma 20 metri più in la ho scorto una piccola strada nei campi parzialmente bloccata da una sbarra di metallo, sono riuscito a passare con la moto e dietro vi ho trovato un cimitero di automezzi abbandonati in mezzo ai campi: trattori, vecchi furgoncini, jeep e un paio di mezzi agricoli. Dopo una buona mez’ora di indecisione non ho saputo resistere e mi sono accampato quanto più lontano dalla vista possibile. Ho fatto due riprese video ed ho montato la tenda anticipando di pochi minuti lo scatenarsi dell’inferno: pioggia battente, lampi e fulmini a ripetizione. Sono stato letteralmente bloccato nei miei pochi metri cubi di tela in attesa che il tempo si fosse rasserenato, le prime ore della notte sono passate tra lampi e tuoni tanto da dovermi tirare il sacco a pelo sugli occhi per evitare la luce dei lampi rifratta mille e una volta sulla superficie della tenda. Tenevo le dita incrociate a scongiurare che l’acqua entrasse in qualche intercapedine e rimanevo appallottolato nel mio bozzolo di piume d’oca.
Sono stato bloccato in tenda 16 ore in totale, sebbene i lampi siano terminati dopo due o tre la pioggia prima forte e poi lieve ha insistito sino al primo pomeriggio del giorno seguente. Uscendo dal cimitero di automezzi dove avevo trovato rifugio sono stato immediatamente fermato da un urlo: era il proprietario che sentendo la moto si è messo a bloccarmi la strada. Fortunatamente dopo avergli spiegato le condizioni tragicomiche che mi hanno spinto a sostare nella sua terra la situazione si è distesa, è stato comprensivo e si è pure offerto, qualora non avessi trovato benzina, di regalarmene un gallone. Ho fatto da me, scoprendo a 10 km una stazione di rifornimento.

Procedo silenzioso lungo l’interstate 16, mi dirigo ad Ovest ma guadagno miglia anche verso nord, da quando sono entrato in Canada ho cambiato fusi orari e anche diversi modi di vestire, prima ero con la maglietta e la giacca adesso con maglione giacca di pelle, pile antivento girocollo, guscio e pantaloni antipioggia; e non basta ancora per isolarmi dal freddo.
Avvicinandomi al polo Nord la differenza di clima si sente, ma la posso sopportare, almeno per ora, quando arriverò alle Rocky Mountain, nel Jasper Park dovrò inventarmi qualcosa per non patire il freddo. Il mio vestiario non mi consente molta autonomia in caso di rovesci, resisto sotto pioggia battente non più di 100 km, poi il bagnato e il freddo iniziano a infiltrarsi anche sulla schiena, le gambe e le mani sono le prime a soccombere, la volontà di proseguire viene subito dopo. Viaggio appoggiando le gambe e la mano sinistra alle teste dei cilindri che mi regalano calore, ma è ben magra consolazione.
Costeggio tantissimi laghi, in Canada sono più di 30.000, e in alcuni di essi abitano strani animali marini, ci sono leggende e controversie scientifiche in merito a strani avvistamenti come quello dell'”Ogopogo” serpentiorme e lungo 13 metri apparso un anno fa agli occhi di due canadesi nel lago Okanangan. Oppure il “Ponik” del Boucanee River, o il Manipogo del lago Manitoba.
Finalmente dopo parecchia strada mi guadagno un cielo abbastanza terso e lo sguardo si riposa su quanto mi circonda: pianure, campi coltivati e pieni di balle di fieno arrotolate. Le possibilità di camppeggiare “liberamente” si riducono parecchio, in Ontario prendendo la prima perpendicolare alla trans-canada con buone probabilità e qualche cattivo sterrato si trovava una nicchia isolata per piantare la tenda. Il campeggio libero è permesso ma nella provincia di Saskatchewan e Manitoba trovare un posto isolato per la tenda e la moto è ardua impresa, soprattutto perchè quasi tutti i terreni agricoli che fiancheggiano le statali sono proprietà recintate.
Arrivo quasi nella regione di Alberta, la penultima attraversando il canada in direzione ovest prima della Columbia Britannica, il sole tramonta e prendo una strada secondaria, mi fermo in una fattoria chiedendo se c’è un posto per piantare la tenda. Nonostante faccia gli occhioni dolci e racconti la mia impresa transamericana il proprietario freddamente mi da le indicazioni per un campeggio distante una trentina di km, poi richiama i tre cani che nel frattempo mi stavano perquisendo con i loro tartufi. Ringrazio e me ne vado, non mi ha concesso la sua terra per una sola notte ma almeno mi ha dato qualche indicazione. Raggiungo il campeggio che è quasi notte e piazzo la tenda illuminandomi con il faro della moto.

E’ il 3 settembre,

mi lascio alle spalle il campeggio Silver Lake dopo aver passato una notte decisamente fredda, nel pieno del mio dormiveglia mi sono dovuto rimettere la giacca da moto, il freddo era pungente e nonostante mi girassi come uno spiedino arrotolandomi nel sacco a pelo la situazione non cambiava. Sono comunque riuscito a riposare ma le borse sotto gli occhi che mi ritrovo al risveglio sembrano dire il contrario. La mia marcia dura più di 400 km, finalmente il parco di Jasper si fa vicino, in prossimità di Edmonton mi sono fermato in un WallMart acquistando una coperta e un paio di guanti da lavoro in gomma che ho riadattato con la forbice, non sono molto comodi ma proteggono dall’acqua meglio di quelli bucati che uso ormai da anni. Me la sono cavata con 20 dollari e la compassione di una commessa. Stradafacendo sono riuscito a prendere ancora acqua, colpa delle solite nubi-astronave che troppo spesso mi capita di incontrare. Mi fermo a un Mcdonald e bevo un caffe bollente per riscaldarmi, prendo un giornale locale e strappo di nascosto le previsioni meteo. Le conservo come un amuleto portafortuna, geloso delle informazioni che contengono che per una volta depongono a mio favore. Sembra che nei prossimi giorni non vi sarà rischio di pioggia lungo il mio tragitto. La sera mi fermo in una pineta a lato della strada, è una sorta di campeggio senza gestori, accendo un piccolo fuoco e mi scaldo le due scatolette di pollo comprate il giorno prima, una cena essenziale ma gradevole. Sfrutto il caldo del fuoco per asciugare il Toporso, il mio pupazzo-mascotte ricevuto in dono alla mia nascita da parenti che nemmeno ricordo. Le fiamme sono forti e i bottoni che si trova al posto degli occhi si sciolgono, lo levo subito e mi maledico. Rimango chino osservando le fiamme e sistemo alla meglio i pezzi di legno perchè possano bruciare il più a lungo possibile. La mia tenda dista due metri, è la distanza di sicurezza minima per evitare inconvenienti con eventuali tizzoni ardenti ma al contempo insufficiente per ricevere il calore del focolare. La temperatura scende sotto lo zero e ho già capito l’antifona, ripeto meccanicamente le procedure di vestizione come un palombaro che assicura il suo scafandro. Anche oggi è arrivato il riposo del guerriero. Domani dovrò recuperare quante più informazioni possibili sulle condizioni climatiche delle montagne rocciose, c’è il rischio che debba rinunciare ad attraversarle per il lungo da Nord a Sud, pena l’assideramento. Vedremo

E’ il 4 settembre, parto alla volta di Jasper Park, uno dei parchi più belli e incontaminati del nord america, la casa di “Moose”, l’alce Canadese, e dei suoi amici selvaggi. Mi capita di incontrarne un paio che fortunatamente non intendono lanciarsi contro la moto ma rimangono ai bordi delle strade, riesco a fargli due foto. Poi raggiungo Jasper dopo aver pagato la mia tassa di ingresso al parco naturale, faccio benzina perchè la prossima stazione di rifornimento sarà a 140 km di distanza, controllando quanti litri immetto nel serbatoio inizio a rendermi conto che la moto sta consumando di più da dopo l’acuqazzone preso per 16 ore consecutive qualche giorno prima. “D’accordo, ti ho lasciato fuori come uno bastardo per 16 ore senza coprirti e hai cercato vendetta aumentando i consumi e terrorizzandomi con la spia dell’olio per 20 km prima che decidessi di spegnerla da sola…, me lo merito ma adesso piantala!! Ti ho coperto con il tuo maledetto sacchetto di plastica di due metri e mezzo tutte le altre notti.. e non dire di no!” – Silenzio –
Un signore con la sua moto da enduro mi approccia, si chiacchiera e poi guarda la mia motoguzzi.. “mm.. non ti ha mai dato problemi?” “no” “non si è mai rotto niente?” “no” … ma a tradimento arrivano i ricordi di quanti km fatti a spingere le mie vecchie moto, forse più di quanti fatti in sella, poi quelli dello spedizioniere che mi raccontava come l’unica Guzzi spedita in america l’hanno prima fosse scesa dal container e salita direttamente sul camion dell’officina perchè non partiva.. Mando via i brutti pensieri che per il Guzzista equivalgono a una momentanea “perdita della fede”, concludo la mia chiacchierata chiedendo consigli su strade e percorsi. Riprendo movimento lungo l’unica strada panoramica, è decisamente un lustro per gli occhi e un supplizio per il corpo che di chilometro in chilometro si raffredda sotto il vento che arriva dai ghiacciai soprastanti, mi fermo, faccio due foto e poi genuflesso come un cavaliere appoggio le mani sul cilindro sinistro cercando di usurpare tutto il calore che produce. Riprendo tra laghi, montagne e pinete meravigliose, arrivo a Lake Louise, tra Banf Park e Jasper Park, trovo un campeggio, scrivo due righe al computer e inizio a montare il mio armamentario. C’è foschia nell’aria e ognuno nella propria piazzola rimane seduto sulla sua panca di legno senza socializzare, chi legge con il berretto calato sino alle sopracciglia e chi sta appoggiato al sedile della macchina con lo sguardo fluttuante tra le cime dei pini. A me tocca prepararmi un panino con il salame. Mangio e come di consueto metto cibi e avanzi in un sacchetto a diversi metri dalla tenda, una contromisura per gli orsi, purtroppo contravvengo al buon senso e mi tengo i biscotti in tenda, li difenderei a costo della vita e voglio svegliarmi il giorno seguente e mangiarli subito. Rido leggendo sulla guida del parco che esistono spray “anti orso”, ero rimasto a spray che fermano zanzare o al limite stupratori ma a quanto pare ce ne sono anche per bestie di 300 kg. Alcuni mi chiedono come mi regolo con il problema degli animali selvatici, grizzly nella fattispecie o “black bears”. In effetti mi è capitato di leggere di tutto al riguardo, chi consiglia di fischiare, chi di accovacciarsi, chi di arrampicarsi, chi di fingersi morti. L’unica cosa certa è che sto sottovalutando il problema, o meglio, ho sempre tenuto i cibi lontani dalla mia postazione ma ho anche sempre pensato che la goffaggine e la mole di un orso lo renderebbero decisamente lento e impacciato qualora tentasse di inseguirmi mentre scappo. E’ qui che sbaglio. Ken, presso cui sto sostando da un paio di notti, mi ravvede subito “if you run away you’re fucked man!!” e scopro che un orso può raggiungere i 30 – 40 km orari. In sostanza, mi spiega Ken, non c’è scampo, se stai tranquillo molto probabilmente si disinteressano rapidamente a te e cercano cibo, ma se dovessero attaccarti l’unico modo è rannicchiarsi e proteggere la nuca cercando di stare immobili. “Ma se spaventi un piccolo grizzly e sua madre è nelle vicinanze molto probabilmente sei fottuto ugualmente” dice Ken, “..se invece è un giaguaro o un orso nero allora gli puoi risultare appetitoso anche rannicchiato per terra e in quel caso fai bene a mostrarti aggressivo, ma sino a che non si mette male stai sempre calmo e tranquillo” Insomma credo che sarei morto ancora prima di capire da che specie vengo aggredito ma fortunatamente le casistiche sono veramente rare anche se ogni anno si contano sempre le vittime di aggressioni. Bene, fatta la cronaca nera, riprendo a raccontare il trascorso; mi alzo la mattina dopo passata a lottare contro il freddo con la mia nuova coperta di pile e al posto dell’orso trovo un corvo lungo 40 cm che passeggia tra le piazzole cercando cibo. Leggo i messaggi sul cellulare, il mio amico meccanico mi scrive “come va con la Guzzi?” e io rispondo “benissimo”. Accendo la moto per scaldare il motore, e inizio a sentire un odore fin troppo familiare: benzina. Scopro un tubo che perde e sotto una lieve pioggerellina inizio a smontare il serbatoio con un piglio e un’allegria da funerale. Trovo il maledetto tubo, è consunto e a ben ricordare mi ero pure appuntato di prendermene un metro di scorta, mai fatto. Lo avvolgo con il nastro isolante e rimonto tutto, guardo la moto contrariato e non dico una parola, lei nemmeno. Accendo il motore e il tubo non perde più, non lascio trasparire contentezza, è troppo presto, semplicemente mi rimetto in marcia. Ridiscendo lungo il Banf park. Tre ore dopo incontro Ken.

Ci sono tre cose che non devi fare per fare arrabiare Ken:
1) Non fargli mancare le sigarette: Ken fuma solo quando arrivano stranieri fumatori e gode nel farlo quindi non togliergli questa possibilità
2) Non parlare bene degli Indiani: Ken affitta lo spazio per la sua casa in una riserva indiana in cui gli indiani ricevono casa, soldi, assitenza e qualsiasi copertura senza pagare nulla, nemmeno le tasse. Questa è una forma di “scusa” per i torti subiti ma Ken si è stufato di vederli ubriachi e nullafacenti.
3) Non sbagliarti quando lo chiami: il suo nome è Ken e non Kent

Tre sole avvertenze e poi la strada dell’amicizia è spianata e percorribile. Cosi stiamo seduti in veranda a chiacchierare insieme a Maureen, entrambi sono sulla sessantina, affabili e simpaticissimi. Lui è di discendenze ucraine e lei scozzesi. I discorsi ci trasportano in ogni dove, finche parlando del senso del mio viaggio concordiamo sul fatto che è una fortuna e che è normale che attiri l’invidia di molti. Io replico raccontando le mie preoccupazioni relative al vuoto che ho davanti pensando al mio futuro, un vuoto che posso riempire con la libertà di decidere e fare quello che voglio ma anche un vuoto che mette ansia in certi momenti, nella fattispecie quando penso a chi nel mio paese ha “attraccato porti sicuri” e messo radici consuete e tranquillizzanti che in questo momento sento di non possedere. Possiedo una moto e un pc portatile ora, prima anche la certezza di come e dove impostare la mia professione e la mia vita.. adesso le ho perse.
“Guarda amico mio” mi dice dondolando sulla sua sedia in legno nella veranda che affaccia sulla riserva indiana “ho lavorato duro nella mia vita, ho deciso di fare soldi e fermarmi a 55 anni, ritirarmi e godermi i frutti del mio lavoro, poi a 54 anni successe una cosa…”
“Cosa?” replico io.
“Mi diagnosticarono un tumore al sangue che ora, attraverso una proteina, colpisce anche le terminazioni nervose impedendomi di fare certi movimenti” e mi mostra la mano tremante mentre cerca di muovere una penna tra le dita.
“Non c’è speranza, mi hanno dato qualche anno di vita”
“I am a death man walking my friend”
Dissimulo sul volto quanto mi passa dentro: è forte.
“Non è strano? Ho tutte queste cose e non posso sfruttarle, la roulotte che ti ho lasciato per dormire non posso più guidarla e rimane li immobile, adesso c’è una lieve remissione dei sintomi fortunatamente ma… la malattia rimane”
“E’ raro incontrare persone ricche di tempo e ricche di denaro” mi aggrego io riprendendo un pensiero nato in questo stesso paese un mese prima.

“Ti racconto una storia my friend: c’è un becchino che preparando un cadavere prima della sepoltura gli controlla le tasche e vi trova dieci dollari dentro, e sai cosa dice?”
“No”
“Dice: Questo uomo ha lavorato mezz’ora più del necessario”
“Cosa significa?” Rispondo.
“Significa che quell’uomo ha speso quello che ha guadagnato nella sua vita tranne quegli ultimi 10 dollari avanzati, quella mezz’oretta di lavoro in più, è stato bravo a far avanzare così poco, cosa ti serve morire ricco?”

Dopo pacche sulle spalle e l’augurio di un buon riposo ci salutiamo tutti e tre, mi incammino vero la roulotte e vado a letto sereno, ancora una volta stupefatto e contento dello splendido incontro fatto con queste persone.
Ripenso a quando ci siamo conosciuti due giorni prima:
“Salve, conosce per caso un posto nei paraggi dove posso piantare la tenda?”, mi rivolgo con questa frase a un uomo che lavora il suo orto dopo 30 minuti di sterrati alla ricerca di un fantomatico campeggio gratuito segnalato da un cartello in prossimità del confine con gli Stati Uniti a Sud di Calgary. Il signore mi guarda, “dove sei diretto?” “ma..principalmente in sud america ma per il momento sto rientrando negli Stati Uniti dopo aver attraversato il Canada..”. “Hai detto sud America? .. vieni puoi piantarla nel mio giardino, ho lavorato ovunque in sud america!”. Cosi conosco Ken e sua moglie Maureen, mi fermerò da loro alcuni giorni ospitato non nel giardino ma bensì nella loro bellissima e confortevole “MotorHome”, una roulotte di 7 metri equipaggiata di tutto che lasciano parcheggiata di fianco alla loro casetta nella riserva indiana di Tobacco Plains Il posto è incantevole e le conversazioni prendono le direzioni più disparate, dal mio viaggio ai loro, dalla loro vita alla mia, dal Canada all’Italia passando per Stati Uniti Europa e Oriente, e molto più in là..
Sono eccitato alla sola idea di avere un tetto sopra la testa e un piccolo calorifero elettrico che mi permette di dormire in mutande, cosa che non facevo da più di un mese a causa del clima tutt’altro che mite. La prima sera, rimango seduto sugli scalini della roulotte esausto per le ore di viaggio ma meravigliato da questo ennesimo incontro. E’ la seconda volta che provo ad uscire dal confine canadese ed è la seconda volta che un forza immateriale fatta di circostanze, accadimenti e incontri mi trattiene nuovamente entro i suoi confini per scoprire e conservare ancora di più. La natura di questo viaggio è affidata al caso fortuito, all’improvvisazione e alle condizioni meteo ma inizio a sentir crescere sullo sfondo una trama più complessa e sensata fatta di incontri esperienze e storie che mi orientano meglio di quanto non abbiano fatto le mappe o i depliant. Prendo il mio tempo dunque e rientro nella motorhome per vivermi la prima notte al di sopra dello zero, arrotolato in una coperta che non devo dividere con batteri ed acari e con una stufetta che si cura di tenermi caldo fino a mattina. Questo è l’ultimo ambiente del mio racconto canadese, iniziato in un motel e continuato lungo la strada e in tenda. Per quanto delizioso sia il posto e per quanto lo siano Ken e Maureen a breve dovrò levare le ancore e riprendere la strada magari posticipando ancora l’ingresso negli Stati Uniti spostandomi verso Vancouver per qualche altro centinaio di chilometri.
Prima o poi dovrò girare verso sud e iniziare la lenta caduta libera verso il centro e Sudamerica cambiando climi, stagioni, ambienti lingue e culture.