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Diario di Galadriel

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California Special ’99
di Paolo (Squaloguzzi)

 

Le ombre sono ancora chiare nel box angusto dove ho passato la notte. Christabel (1) ammicca con il suo vigile occhietto rosso lampeggiante ed io, ancora non appesantita dai fardelli dei viaggiatori, cerco di riposare in vista della lunga cavalcata. Quando la serranda si apre ed il primo scampolo di libertà si accende con le luci della mattina, il fremito del risveglio mi fa pulsare, come la schiena di un marinaio che osserva le onde di
notte, percorsa da un brivido: troppo vasto il mare, troppe miglia da percorrere, ed io non sono più una ragazzina. Ho gambe forti, certo, ed un cuore d’acciaio, ma la serena eleganza nel passo di una signora, non più l’impulso feroce alla strada di una adolescente.

Quando il bagaglio è caricato, il sole è già alto sull’orizzonte e molte paure si sono sciolte. Si parte, finalmente. Gli spazi si allargano rapidamente, dalle vie semideserte della città alla grande lingua di asfalto delle autostrade, attraverso un panorama neutro ed innaturale. Fa caldo, ed ho sete, ora. Mi fermo e affronto la prima prova, qualcosa va storto, lo sapevo, LO SAPEVO, non ero pronta. Ma il calore intorno a me è ancora quello di sempre, tutti si prodigano per aiutarmi, ed io non sono una di pretese, posso indossare gli accessori di un’altra come me, persino di una completamente diversa da me, senza mai smettere di essere una signora. Ed allora si riparte… Via dalla grande strada nera e lucida, verso i nastri di asfalto chiaro, attraverso paesi, volti, boschi, i profumi della terra.

Acolto il mio cuore che batte più lento, più robusto tuttavia, ritmato, in accordo con l’oscillare dolce delle colline, e punto la montagna che piano piano si definisce sull’orizzonte. Un po’ di riposo, prima di affrontare la scalata, e poi la magia della salita,
quella vera… il cuore su su fino in gola, quasi fermarsi sull’ingresso del tornante, in equilibrio come un pendolo nel suo punto più alto, e poi lo strappo che ti porta su contro la gravità, con la forza della determinazione, il martellare ostinato delle esplosioni e il respiro che si fa più svelto, ma non affannato, in aspirazione. All’inizio mi sento un elefante, inadeguata, carica, sgraziata e pesante; poi il ritmo viene da sè, non è una danza frenetica, è un valzer lento di passione, ed io posso, POSSO DAVVERO BALLARE. Il bosco si fa via via più fitto, i lecci oscillano lenti, la sera ormai sta calando, la strada ridiscende verso i paesi, ed io sono arrivata.

La notte è un trionfo di stelle e carezze di vento, per me è la prima notte fuori da molto tempo.

Io non sono una di città, i giorni delle passeggiate in campagna sono giorni felici. Un incedere lento, misurato, tra gli sguardi ammirati dei pochi passanti, è la mia linfa, l’eco della mia voce nelle vallate silenziose, è il mio sangue. Civettare con la natura, e poi nascondermi silenziosa per diventarne amante e figlia, e catturarne l’essenza.

Ma è già tempo di andare, il richiamo sussurrato del mare invita alla strada ed io sono viva. Una distesa di chilometri attraverso passaggi di montagna ed improvvisi scorci di costa sotto di me, poi la pancia della grande balena che sembra traghettare tra due mondi e l’accoglienza agrodolce delle zagare, nella terra dei mille contrasti. Il Tirreno è appena sotto di me, adesso, posso sentirne il sale nelle folate di vento, percepirne il gusto dello sconfinato, che ridefinisce ogni proporzione.

C’è tempo per gli altri ora, la danza solitaria diventa dapprima di coppia, poi una allegra quadriglia sui fianchi dei Nebrodi, attraverso panorami di una bellezza selvaggia e architetture scolpite nel tempo. Il mondo riempie gli occhi ed i cuori dei cavalli e dei cavalieri, la giostra gira e le mani si stringono.

Poche ore di riposo, poi un altro vento, un altro mare. Si può (si deve!) salire ancora, e danzare, ma l’invadente personalità del mare non mi lascia più, è tutto intorno, è padre e rivale, abbraccia e allontana con gli umori della luna. Alle mie spalle è l’ombra della
Montagna, come la chiamano qui, con la maiuscola che si sente nel tono della voce. Silenzioso, inquietante il Vulcano, vivo in ogni fumoso respiro, in ogni lacrima di fuoco, in ogni nera ferita. Elementale, puro, perfetto. Ci avviciniamo, zigzagando come api, osservando, annusando, eppure non ho mai la sensazione di toccarlo veramente, neppure quando il freddo arriva, le ombre si allungano e il rosso del fuoco diventa più vicino, più vicino… è ora di tornare.

In un ultimo audace approccio con il mare, mi faccio trasportare nella pancia della balena sulla strada di casa, la fettuccia rovente che conduce in città, al tranquillo, sonnolento rifugio delle strade conosciute. Ma non importa, perchè io ora sono Terra, io sono Mare e sono Vulcano, e sono viva.

Io sono Galadriel.

(1) Christabel è il nome della Griso, ed il suo occhietto lampeggiante è la lucina dell’allarme, questo solo per precisare che non sono completamente visionario e che la polverina che mi vendono non è proprio scarsa scarsa.