Home Incontri e racconti Ogni cosa ha il suo perché, sempre.

Ogni cosa ha il suo perché, sempre.

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di Backstreets

 

Prologo

Millecinquanta chilometri da casa. Sono arrivato. Accosto il furgone al lato della strada e scendo.
I cartelli non parlano. Almeno, non dovrebbero. Però questo ha deciso di fare un’eccezione. Io guardo lui, lui guarda me, e so che mi sta chiedendo: ma tu, cosa ci fai qui?
Bella domanda. Mi ha letto nel pensiero, è la stessa che mi sto facendo io. Vorrei sapere se c’è un senso in tutto questo, o se mi sono semplicemente fumato quel poco di cervello che mi era rimasto.
Dubbi, ovvio che qualcuno ce l’abbia. Sono giorni che ronzano in un angolo della testa. Si può dire che siano iniziati nel momento stesso in cui ho chiuso quella telefonata quasi surreale nel mio stentato francese. Finora non erano riusciti a manifestarsi con chiarezza perché tenuti a bada da una robusta dose di incoscienza; ma ora non ci sono più né spazio né tempo per tergiversare, sono arrivato al dunque.
Fisso il cartello e sto per rispondere. Gli direi di avere un po’ di pazienza: tra poco scoprirò perché sono qui e tornerò per farlo sapere anche a lui. Però sto zitto. Ma non perché i cartelli non parlano, e quindi non fanno domande. Perché se anche glielo spiegassi, non mi capirebbe. E poi perché non sono affari suoi.
Risalgo, ingrano la prima ed entro in paese.

 

Sono in viaggio. Un viaggio tranquillo e senza intoppi. Vero che una pioggia battente di cui avrei sinceramente fatto volentieri a meno mi ha fatto compagnia mentre attraversavo la Svizzera nella notte, però stamattina ha lasciato il posto prima a un timido sole velato, poi a una bella giornata serena.

Ci vuol niente a prenderlo come un presagio.

Conosco la strada come le mie tasche, almeno fino a un certo punto, e conosco il paesaggio che mi aspetta. L’autunno con i suoi colori sta prepotentemente prendendo possesso della vegetazione: finite le montagne, la superstrada prima e la Route Nationale poi danno la sensazione di muoversi in mezzo al nulla. Lungo il percorso le città sono rare; a farla da padrone sono piccoli borghi, sperduti tra distese di campi coltivati e qualche bosco. Da queste parti cinque case, due cascine, una officina per mezzi agricoli e una chiesetta fanno Comune: basta aggiungere un Municipio poco più grande di una delle case, in cui una stanza sia anche asilo e/o scuola elementare, un cartello di inizio e uno di fine del territorio sulla statale e il gioco è fatto. Si rallenta ai 50, più come silenzioso omaggio verso chi a vivere qui ci si è ritrovato (l’idea che qualcuno sia venuto a seppellircisi per libera scelta non è nemmeno da prendere in considerazione) che per reali esigenze di traffico, e in meno di un minuto si è di nuovo nel nulla.

 

Flashback:

Battito cardiaco accelerato, nodo allo stomaco e salivazione azzerata. Li conosco questi sintomi, so cosa significa quando si presentano. Mi sa tanto che anche stavolta sono bello e che fregato, e la cosa pazzesca è che fino a una settimana fa o poco più, di lei non sapevo un bel niente…neppure che esistesse. E neppure sapevo che esistesse questo sito, io che ormai credevo di conoscerli praticamente tutti. Ci sono arrivato assolutamente per caso, leggendo il post di un forumista transalpino in un topic che di solito non guardo neppure. Tutto questo è accaduto nell’arco di due, forse tre giorni. Col tempo ho imparato che bisogna stare attenti alle coincidenze. Non dico di crederci ciecamente e subito, ma almeno di non ignorarle a priori. A volte hanno un perché, e questa ha tutta l’aria di essere una di quelle volte.

Sguardo inebetito da perfetto idiota, fisso sullo schermo del pc. Scorro su e giù la pagina con le foto. Quelle foto. Non può essere vero, eppure… Chi si sarebbe aspettato, conoscendomi, che avrebbero potuto farmi questo effetto?

Chiamo a raccolta tutte le mie limitate conoscenze di francese, preparo mentalmente un abbozzo di conversazione e compongo il numero.

– Hallo?

– Bonjour…… a propos de votre annonce…..

Strade e autostrade della periferia parigina oggi sono quasi deserte, ma per certi versi ancora più infernali del solito. E’ domenica e i mezzi pesanti non circolano, ma lo sciopero generale sta mettendo il Paese quasi in ginocchio e i notiziari sul traffico -invece che segnalare incidenti e ingorghi come d’abitudine- sono bollettini di guerra che raccontano di stazioni di servizio a secco un po’ dovunque. Mi immagino come si presenterebbe la scena se si potesse vederla dal cielo. Sul reticolo d’asfalto, sciami di vetture si spostano come api impazzite sulla base di quelle indicazioni. Lì no, non c’è benzina. Lì no, non c’è gasolio. Lì no, non ci sono né l’una né l’altro. Là pare che qualcosa abbiano ancora…e tutti via a razzo prima che sia troppo tardi.

Sarebbe persino divertente se in uno sprazzo di lucidità non ricordassi che anche il mio furgone non va ad aria, e il sorrisetto ironico che si stava formando si incrina in una smorfia. Spero che le taniche di scorta che ho riempito mi evitino di restare bloccato qui, non sarebbe nei programmi. Come se non fosse già tutto abbastanza folle di suo, mi sono pure trovato proprio un bel momento per fare questa pazzia. Del resto non avevo molta scelta. Se non fossi corso subito da lei, non credo che mi avrebbe aspettato.

 

Flashback:

Tra le mail di oggi ricevo l’informazione che ancora mancava. Si è fatta attendere per qualche giorno, e mi stavo giusto domandando se alla base ci fosse qualche motivo poco chiaro. Magari uno dei sempre possibili inganni di Internet, sirena ammaliante che talvolta si rivela una strega malefica. Però la sensazione ” a pelle” è un’altra. Fin da subito, il cuore mi ha fatto pensare che questa sia una cosa seria. In questi ultimi giorni ci siamo scritti spesso, e in effetti non ho mai avuto sospetti che qualcosa non andasse per il verso giusto. Però…va bene essere folli, ma mi serve una conferma. Non posso partire così, alla ventura: c’è da farsi male per davvero.

La mia amica si è “gentilmente offerta” (per così dire… povera, quanto le sto rompendo le scatole con questa storia) di darmi una mano, quando fosse arrivato il momento. E il momento è adesso. Prendo il telefono e le riferisco quello che ho saputo.

– Ok..sono un po’ incasinata in questo momento, ma dammi dieci minuti che ti richiamo.

Mi ricordo un vecchio spot pubblicitario. Colonna sonora, “Breathe” di Midge Ure. Chiedeva “How long is a Swatch minute?”. A scorrere, immagini di frammenti di vita: istanti che sembravano ore e ore che sembravano istanti. Dieci minuti sono solo dieci minuti. Ma a volte, accidenti a loro, non passano mai. Quando il display del cellulare si illumina indicando la chiamata entrante, gli salto addosso senza dargli neppure il tempo di iniziare il primo squillo e mi sembra di essere invecchiato di dieci anni.

– Allora?

– Allora è tutto ok.

– Tu cosa mi consigli?

– Un’altra come lei non la trovi più. Non fartela scappare.

Mi allontano dalla metropoli e in breve il paesaggio torna quello di prima. Il mio lavoro mi ha fatto girare mezza Europa e anche un po’ di più, ma non sono mai stato in questa regione in passato; da qui in avanti la strada non la conosco, quindi una vale l’altra. Allora abbandono l’autostrada e lascio che il navigatore mi conduca per l’ultimo centinaio di chilometri che ancora mi separano dal traguardo e dalla possibile materializzazione di un sogno, guidando su strade secondarie geograficamente così distanti eppure emotivamente così simili a quelle americane che hanno ispirato libri, film e soprattutto canzoni.

Ecco, visto che mi sono scelto un certo nick per venire a fare il minchione in questo forum, questa è senza dubbio una delle occasioni migliori per onorarlo. Ora mi ci vorrebbe proprio una bella Backstreets sparata a tutto volume. Peccato che il CD di Born to Run sia rimasto a casa a prendere polvere sullo scaffale. Pure Badlands ci starebbe bene, ma anche Darkness risulta disperso. Roba degna di un Rincoboy certificato. Ohibò, ma io sono un Rincoboy certificato. Tutto regolare.

Vorrei tanto sapere invece chi abbia lasciato nel cassettino una compilation di Celine Dion; la tentazione di farne un frisbee e vedere quanto lontano può arrivare è forte, ma il senso civico prevale. Non posso comportarmi come il classico turista becero che butta l’immondizia dal finestrino. Però al primo cassonetto ne riparliamo.

Mi rassegno all’idea di continuare a viaggiare nel silenzio, ma in fin dei conti non è poi così grave: certa musica fa parte della mia vita da così tanto tempo, che la sento suonare nella testa senza più bisogno dei dischi.

Il paese non è molto diverso da quei villaggi attraversati nel viaggio…se arriva alle cinquecento anime è tanto. Piccole case tutte simili, addossate le une alle altre nelle strade strette. Appena fuori, i soliti campi e boschi, piena campagna francese. Non un’anima in giro. Non fosse per le fioriere sparse qua e là e curatissime, immancabili in qualsiasi borgo francese grande o piccolo che sia, e per le tendine pulite alle finestre che raccontano di esistenze che scorrono quietamente, penserei di essere finito in un villaggio fantasma. Trovo la via e svolto. Non so ancora cosa dirle quando la vedrò, ma penso che prima di tutto vorrò chiederle:

E tu, come ci sei arrivata qui?

L’uomo mi ha sentito arrivare ed è uscito dalla porta. Sorride, fa segno di parcheggiare proprio davanti a casa che tanto di lì passano in pochi. Una stretta di mano e mi invita a entrare. Conversare non è un problema, quindi o il mio francese non fa poi così schifo oppure lui è molto gentile nel far finta di niente. Probabilmente una via di mezzo tra le due cose. Davanti a una tazza di caffè ci raccontiamo per un po’ della nostra comune passione. Nel suo passato ha avuto delle esperienze decisamente interessanti, non posso negare che abbia buon gusto e provo anche una leggera, sana invidia.

Poi dice “Andiamo da lei”.

 

Poche settimane prima ho conosciuto una sua sorella; l’ho guardata per bene, ho sentito la sua storia, le ho girato attorno, l’ho accarezzata. Quell’imprevisto faccia a faccia ha liberato la scimmia dalla gabbia ed è alla base della mia follia: ma almeno mi ha -per così dire- preparato, quindi oggi riesco a guardare la sua bellezza senza sentire le ginocchia piegarsi. Non più di tanto, almeno.

Sarà stato un segno del destino inciampare in lei così, casualmente? Tempi giusti, modi giusti. Ma da lì a concepire anche solo lontanamente l’idea di arrivare a questo punto, ce ne correva ancora, e parecchio. Eppure sono qui. Lei mi sta di fronte e si lascia ammirare in silenzio.

Probabilmente è un insieme di fattori; da che mi ricordi, fin da bambino ho avuto la passione per il collezionismo… automobiline, figurine, fumetti, schede telefoniche…qualsiasi cosa. Ma in particolare mi sono sempre piaciute le cose rare, difficili da trovare. Preziose, anche. Ma non tanto per il prezzo (anzi, per dirla tutta: meglio se non per il prezzo, che non sono mai stato, non sono e temo non sarò mai un magnate che nuota nell’oro) quanto per il loro significato. Lei tutte queste caratteristiche ce le ha. Ah, se ce le ha.

Certo non si può paragonarla a una figurina rara o a un albo originale di Tex. C’è una bella differenza, sotto ogni profilo. E’ un giocattolo per bambini troppo cresciuti -o forse per adulti rimasti troppo bambini.

Ce ne sono in tutto diciotto, non una di più. Sparse chissà dove… Già solo l’averla scoperta è stato un po’ come vincere al Superenalotto. E il suo richiamo era irresistibile.

Lei è una V11 Scura “R”.

Il tempo delle parole e dei convenevoli è finito. Ora devo dare risposta alla domanda. Sì, va bene, d’accordo la buona volontà, d’accordo l’amore per il marchio, d’accordo il piacere del collezionismo, d’accordo tutte le altre minchiate che ho raccontato finora per allungare il brodo, ma è concepibile che un fermone come il qui presente -sempre e solo avuto moto di impostazione prettamente turistica- si porti a casa una specie di belva con la quale non sa neppure da che parte cominciare? Lo scopriremo solo vivendo, si usa dire: cioè con il classico giro di prova.

Lui la porta fuori dal garage, spenta, e mi dà le chiavi in mano lasciando che sia io ad accenderla. Mi fa notare gli scarichi Mistral dedicati. Annuisco convinto con la testa, lasciandogli immaginare una competenza che sono ben lungi dall’avere.

Salgo in sella, la accarezzo per un istante, provo la posizione, regolo gli specchietti. Giro la chiave, un leggero ronzio dalla pompa della benzina mentre il quadro si illumina.

Poi do’ contatto, e sembra che il mondo non sia più lo stesso.

So una cippa delle strade dei dintorni: mi fido del proprietario che dice che posso girare come mi pare che di traffico non ce n’è. Oddio, proprietario…parola grossa. Diciamo ex. Lui non sa ancora di esserlo, ma io sì. Faccio un paio di conti: reni ne ho due, e si sa che uno basta e avanza. L’altro occupa spazio e nient’altro, quindi me lo vendo e amen. Ma a casa senza di lei non ci torno.

Fermi all’incrocio, lei borbotta tranquilla. Tiro un bel respiro, innesto la prima con uno scatto secco e signori, si va in scena.

Ovvio che non posso azzardare niente di che, ma quel poco già mi basta per intuire i motivi per i quali chi ha un V11 se lo tiene, chi l’ha dato via se lo riprende e chi non l’ha mai avuto lo cerca. Dopo un paio di rettilinei trovo un invitante tratto tortuoso in aperta campagna, e ci arrivo bello spedito e sull’allegrotto andante. Per un attimo mi viene da fare lo sborone e dico “Vediamo cosa sai fare…”.

Ecco, a quanto pare anche se è stata tutta la vita in Francia lei l’italiano lo capisce oppure se lo ricorda benissimo. Apro ancora e lei risponde con un ruggito di piacere, stabile come un Freccia Rossa ma mille volte più goduriosa (e senza zecche). Ne vorrebbe di più, forse si sta chiedendo la stessa cosa di me…cosa sai fare? Poi mi casca l’occhio sul tachimetro: senza che me ne fossi accorto sono tra i 130 e i 140, in leggera piega, su una moto che non conosco, su una strada che non conosco, vestito con jeans piumino scarpe da passeggio e casco jet. E quelli che si stanno avvicinando molto (troppo) in fretta non sono più le serpentine di prima ma curvoni in un bosco, con la strada in ombra e l’asfalto sinistramente scuro a chiazze per la pioggia terminata da poco. Vedo in anteprima l’edizione di domani del quotidiano locale: un bell’articolo in cronaca sul pirla che è venuto apposta dall’Italia a spalmarsi su un platano, che a casa sua non ce n’erano abbastanza. Però se già sono poco fotogenico da vivo, figuriamoci da morto. Poi sono anche schivo di carattere, non mi va tutta quella pubblicità…è così poco fine. Il neurone che fino a un attimo prima era rimasto beato in ferie rientra precipitosamente in sede e si consulta con l’istinto di sopravvivenza, e la conclusione unanime è: non è proprio il caso. Due dita leggere sulla leva e lascio che i Brembo Serie Oro facciano il loro lavoro.

Ritorno col gas al minimo provando la maneggevolezza, zigzagando tra i tratteggi della linea di mezzeria. Non potrei giurarci, ma credo di averla sentita ridacchiare. Ho capito, ho capito… tranquilla, avremo tempo per conoscerci meglio. Tanto tempo.

Come sono finito qui?

Semplice. Ho seguito il cuore, che a volte sulle persone s’è ingannato ma finora sulle Guzzi mai.

E lei? Beh, prima bisogna dire qualcosa degli uomini della sua vita. Ha girato un po’, ne ha avuti altri due oltre a quello che ora me la sta affidando e che me ne parla.

Del primo non sa nulla. Del secondo, quello da cui l’ha comprata, sa che l’ha venduta per prendere un Rosso Corsa o un Rosso Mandello, non ricorda.

Lui invece ha avuto tra l’altro un LeMans I e un LeMans II, e non ho capito bene quante altre Guzzi prima e dopo di loro. E’ iscritto a un forum di appassionati simile ad AnimaGuzzista (simile ho detto: come Anima c’è solo Anima). In garage ha una BMW R850RT; la terrà, ma tra poco il posto della V11 che viene via con me verrà occupato da una Norge 8V nuova.

Credo sia stata in buone mani.

Se non dappertutto, almeno in una certa zona della Francia i cartelli sono particolari. Parlano.
Mentre venivo qua non ci avevo fatto caso e non li ho ascoltati con attenzione. Ma adesso che me ne sto andando a ogni incrocio, a ogni rotatoria, a ogni bivio trovo la risposta che avevo avuto sotto il naso da subito, a saperla cogliere. Lei non poteva finire altrove che qui. Ogni cosa ha il suo perché, sempre.
Se non dappertutto, almeno in una certa zona della Francia i cartelli sono particolari. Parlano.

Sono sicuro che si parlino anche tra di loro. Forse sono tutti parenti. In fondo è probabile, vivendo tutti così vicini. Allora a questi chiedo un favore: ora che l’ho capito anch’io, glielo spiegate voi al vostro fratello curioso cosa ero venuto a fare?

Epilogo

Sarò sbadato…non ho ancora detto come si chiama.
Prendete l’accenno che ho fatto a una ormai sopita passione giovanile per Tex Willer.
Aggiungete che è l’ultima della sua specie. In quel senso definirla “crepuscolare” non è fuori luogo: dopo di lei, il buio.
Infine ricordate che è nera, ma nera tanto.

Shakerate il tutto con cura e servite:

Aquila della Notte è una AnimaGuzzista.