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Come sono diventato Guzzista: Pietro Motisi

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di Pietro Motisi

Premessa

In islandese antico, ‘sogno’ si dice draum, plurale draumar. Molti noteranno subito l’assonanza con l’anglosassone dream, termine più vicino a noi per chiare ragioni colonialistiche, ma…

Da appassionato oltre che di moto anche di parole, dei loro significati, delle origini etimologiche e dei suoni, ho trovato molto interessante come dal grande repertorio norreno giunto fino a noi, col suo corollario di miti e di storie fatte di geografie magiche, grandi viaggi attraverso terre e dimensioni energetiche e grandi imprese, fino a tradimenti e paradossali scaramucce capricciose da parte di divinità grandiose, che esista anche un’assonanza tra il sogno norreno draumar e la parola trauma.

Tale assonanza ha acquisito per me una valenza peculiare assieme a un manipolo di persone tra amici antropologi, studenti e scrittori, in particolare durante il periodo che rappresenta senza ombra di dubbio uno dei momenti in assoluto, nella nostra storia recente, di condivisione massima tra esseri della stessa specie di un unico evento, in tal caso traumatico appunto, che è stato quello della pandemia.

L’occasione ci aveva portato ad analizzare e condividere delle riflessioni relative alle nostre strategie di sopravvivenza all’evento traumatico attraverso i segni del mondo onirico, ma era sicuramente anche un’occasione utile che ci ha permesso, in un momento materialmente piuttosto statico, di attraversare delle soglie personali grazie alla stimolazione del nostro immaginario e all’osservazione e analisi dei sogni. Questa non è affatto una novità nella storia della nostra specie. Esistono teorie congetturali piuttosto accreditate che dimostrano come espressioni dell’immaginario, è il caso ad esempio dell’arte rupestre, risultino presenti in luoghi che erano dei ‘cul de sac’ geografici: dove il corpo non riusciva ad attraversare una soglia, un limite dello spazio materiale, ecco che interveniva l’espressione immaginifica a sciogliere contorni fisici e orizzontali per crearne di nuovi, verticali e sacri.

Il sacro e il profano, per me, non hanno confini che li separano e delimitano in modo netto e definitivo, così come non c’è confine netto e definitivo tra i concetti di bene e di male o tra le posizioni intellettuali più sentite e profonde da un lato e il comportamento giocoso infantile e apparentemente superficiale dall’altro, tanto che è estremamente importante non prendersi mai troppo sul serio.

E non è forse la motocicletta, nella sua straordinaria totalità, a racchiudere un po’ tutta una serie di ragioni che la portano a rappresentare contestualmente la materializzazione di un sogno realizzabile, del mito, della meravigliosa complessità tecnica prestata a una serie di comportamenti apparentemente semplici e illuministi del suo pilota, tra sistemi di leve e manopole, che portano a uno dei giochi più belli che conosciamo, fino ad arrivare al brivido, la paura e il trauma che condiscono e arricchiscono inevitabilmente tutto quanto, fino a ottenere la straordinaria nota commistione di desiderio, fascino ed eccitazione?

Non è forse questa possibilità di affrontare in modo unico il rapporto tra spazio e tempo, immersi come parte della scena e non come osservatori, con l’asfalto che corre a pochi centimetri dai nostri piedi, per dirla alla Pirsig, cogliendo così l’occasione di sgomberare i canali della nostra coscienza, che rende per noi irrinunciabile l’essere motociclisti?

Chiaro, il rapporto e la ricerca nel mito della moto è un percorso sempre soggettivo e personalizzato in base alla vita di ognuno di noi, secondo le nostre abitudini, i desideri, i percorsi, e il nostro modo di condividerli. Ma anche per quelli di noi che non comprendono nulla di meccanica e il funzionamento delle cose è soltanto un mistero, esiste la consapevolezza del fatto che il rapporto con la moto non è soltanto qualcosa che si consuma e si conclude nel guidarla.

Anche il più estraneo al gesto di svitare una candela o il tappetto di una gomma da gonfiare riconosce il fascino e il gusto di mettere le mani dentro quell’oggetto tanto mitologico quanto personale, allo scopo di renderlo ancora più nostro, di farlo funzionare come ci piace, di farlo andare con noi, dove desideriamo.

Questo ‘mettere le mani’ diventa, anche se in modo ‘non praticante’, un’allegoria del mettere le mani in noi stessi, di far andare bene un’estensione di noi stessi, magari per ripararne un’altra che sentiamo un po’ storta dentro di noi, o magari solamente per tornare a sentire quella ebbrezza del gioco puro, come quando siamo stati bambini, nel desiderio intrinseco di continuare ad alimentare questi sacri pezzi d’infanzia che ancora ci abitano e che trovano nella motocicletta il più grande catalizzatore.

Molti di noi, durante un periodo in cui d’improvviso non era più possibile in modo spensierato compiere dei semplici gesti come inforcare la propria moto, girare la chiave nel quadro, mettere in moto e uscire dal garage, rimanendo vincolati in quello spazio chiuso, hanno riposto nell’incertezza una speranza viva per il dopo insieme, contando sul fatto che il mitologico oggetto, per sua stessa essenza, catalizzava molteplici ricordi di imprese compiute insieme.

È accaduto qualcosa del genere anche a me, qualcosa che mi ha portato a raccogliere tutta una serie di riflessioni, mentre dentro al silenzio del mio garage e delle mie emozioni modificavo la mia Guzzi, realizzando come rispetto ad altre esperienze, rispetto ad altre motociclette possedute, la mia tendenza a essere solitario come motociclista ma anche nella vita virava in direzione diversa grazie all’incontro con Anima Guzzista. Là dentro, quel mezzo riusciva a evocare in me una maggiore profondità di sentimenti, esattamente come si percepisce la differenza tra il pesante bicilindrico mille tra le gambe e un quasi elettrico quattro cilindri in linea giapponese. La pressione percepita nel petto e il suono cupo dei due grossi cilindri in moto al minimo in quel garage accompagnavano armonicamente la densità di differenze tra amici tanto diversi tra loro per storia, professione, provenienze geografiche, gusti eppure vicini nel desiderio di fare un pezzetto di strada insieme, nell’organizzarsi, nell’incontrarsi, nella importantissima condivisione del convivio, nel gioco, nella volontà di farlo ancora e ancora.

A quel punto ho compreso il valore della cosa, il fatto di aver trovato un prezioso allineamento tra il dentro e il fuori di sé, un fatto che non è mai semplice o scontato. Diventava importante, allora, quasi un bisogno necessario, condividere.

Le parole per dire come nella tua vita hai vissuto un’epifania vengono fuori fresche come l’aria dei passi di montagna, vengono fuori belle e sincere e riguardano tutti, per assonanza o per contrasto. Inoltre quel periodo rappresentò per tantissimi l’occasione di fare un viaggio in moto a ritroso tra le proprie emozioni originarie, quelle fondative, permettendoci di attraversare soglie proibite grazie all’immaginario, grazie al ricordo, grazie al mito di un mezzo che è per tutti noi la concreta realizzazione di uno dei sogni più belli che possiamo vivere e condividere da svegli, attendendo il momento che infine ci ha riportato in strada, per ricongiungerci con i nostri fratelli elettivi motociclisti.

PM

Come sono diventato Guzzista: Giulio Marchesi

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di Giulio Marchesi

penso sia stata una cosa che non si sceglie ,ma ti entra dentro come un virus mascherato da troian, che pian piano si installa nella tua mente e ti asseconda positivamente appagandoti e dandoti emozioni uniche da quando si inizia a usare la moto.

Galeotto da adolescente un bellissimo California T3 che arrivava periodicamente sotto casa, il sound inconfondibile, la presenza quasi reverenziale di questa moto attirava ogni volta un manipolo di coetanei per ammirarla, e da li non ti rendi conto ma sono cose che ti segnano.

Poi la solita trafila di percorsi motoristici per chi è nato nei primi anni 60, da 14 anni in su dal cinquantino rigorosamente marce a pedale, al centoventicinque, moto da trial, per poi usare qualche mangia riso tipo Honda Dakar ecc.. Famiglia, lavoro, pause di riflessione senza nulla per poi arrivare alla voglia di riprendere la moto quella vera, complice la solita crisi di mezza eta’ come dicono….

Casualmente, ho trovato una moto d’epoca pronta per essere portata in discarica,trattasi di un GUZZINO 65 tipo A del 1946 e guardando l’ammasso di ruggine che avevo davanti mi ha dato delle sensazioni che NON si descrivono …dovevo rimetterla su strada e salvarla dall’obblio, è stata la regola principe che ho attuato.

Foto:

Poi la cosa mi ha talmente appassionato che non ho piu’ smesso, ripristinando un Galletto 175 del 53, Stornello 125 Scrambler America, Falcone 500 del 57, trovare e prendere nel 2009 La California Vintage venduta dal Guareschi è stato inconsapevolmente il culmine di una ricerca appagata .

La scoperta tramite internet di questo splendido mondo di Anima Guzzista che mi sta dando anche l’oppurtunita’ di ringraziare i tanti amici conosciuti sul forum e di condividere bellissime esperienze di viaggi e incontri non ha prezzo …

Grazie Anima Guzzista

Come sono diventato Guzzista: Fabio Azzarone

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di Fabio “Califoggiano” Azzarone

Tra tutti i modi possibili per diventare Guzzista, a me è capitato in sorte di diventarlo per mezzo di un libro.
Correva l’anno 2002 ed avevo 22 anni quando, cercando un libro da leggere in un viaggio in treno, mi soffermai su un titolo che non poteva non attirare la mia attenzione.
Era un’edizione economica ed a caratteri cubitali c’era scritto “IL VEICOLO PERFETTO” e poco sotto a caratteri più piccoli “la motocicletta”.
Completava la copertina la foto di una moto custom nera (curiosamente il curatore non si era preoccupato di metterci una Moto Guzzi, appurai più avanti dopo averlo letto).
Ad aumentare ancora, se mai ce ne fosse stato bisogno, la curiosità verso quel libro c’era poi il fatto che fosse stato scritto da una donna: Melissa Holbrook Pierson.
Non ebbi più bisogno di guardare altri titoli, ed uscii soddisfatto dalla libreria.
A quel tempo ero già motociclista da diversi anni, avendo fatto tutta la trafila dal motorino, a varie 125 fino ad arrivare ad una custom 650 che avevo comprato proprio qualche mese prima.
Ovviamente divorai quel libro che narrava la storia personale di questa donna, del suo approccio alla moto come desiderio di libertà e del suo approdo alla Moto Guzzi, con l’acquisto di una Lario 650.
Nel libro trovai tanta passione per un marchio che neanche conoscevo al tempo: narrava di storie, luoghi e persone che presto (ma non lo sapevo al tempo) mi sarebbero state familiari.
Mandello, il Lago, Alis Agostini, la regolazione delle valvole..
Insomma finito il libro cominciai a cercare notizie sulla Moto Guzzi ovunque potessi, ovvero riviste e libri non avendo ancora una connessione internet a quei tempi.
Il fato volle che la moto acquistata da poco avesse un guasto importante e che mi fece finire in ospedale.
Quando uscii dall’ospedale, avevo già deciso quale sarebbe stata la mia moto: avevo scelto la Moto Guzzi California e ne avevo già letto ogni prova pubblicata sulle riviste.
Sicuramente non c’era l’imbarazzo della scelta nel catalogo Guzzi del 2002: si poteva scegliere tra California, V11, Nevada e Quota.. stop.
Ed io mi ero proprio innamorato perso delle curve del Cali e di quel suo Motorone così sfacciatamente a vista.
Quando trovai una km0 in una concessionaria di Cattolica mi fiondai a prenderla: era una Stone “nero ardesia”, ricordo ancora la brochure.
Al tempo non sapevo ancora quante avventure mi avrebbe regalato (ci ho fatto più di 250.000 km, girando TUTTA l’Italia e gran parte dell’Europa) né avrei potuto mai immaginare tutte le amicizie che mi avrebbe fatto stringere e i raduni che mi avrebbe fatto organizzare.
Del resto al tempo non era ancora Califoggia ed io non ero ancora il Califoggiano.
Quello è arrivato più avanti come il calincontro e le sue migliaia di vicissitudini.. ma questa è un’altra storia e ci saranno altre opportunità di raccontarla

Come sono diventato Guzzista: Francesco Migliaccio

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di Francesco “Pirrituri” Migliaccio

Tutto comincia durante il 3° anno di scuola superiore, a Ragusa, nel 1976.
In quegli anni tra noi ragazzi andava per la maggiore fare regolarità (oggi si chiama enduro) con
motociclette che sono entrate nella leggenda: KTM, Caballero, SWM, Puch, Dkw, qualcuno con
Montesa o Bultago.
Io ero diventato proprietario (seconda mano) di una delle 7 KTM con il motore Sachs – quella con il
serbatoio in vetroresina color celeste – arrivate in Sicilia.
Durante la settimana si andava a scuola con la moto, si parcheggiava nel cortile e in classe; la
domenica, grande festa: stivali di cuoio, casco jet, mentoniera, cintura lombare e via, per quello
che chiamavamo andare a tirare, cioè scorrazzare per mulattiere e cave.
Un giorno vedo nel cortile della scuola una strana moto, con il sellone bicolore, enorme,
imponente nel sembrare inarrestabile: era del supplente di filosofia di un’altra sezione, che la
usava per venire tuti i giorni a Ragusa da Modica; la cosa per me assolutamente straordinaria era il
momento dell’accensione: noi, con i due tempi – pedivella aperta, colpo secco e via – mentre lui,
metteva in moto – tum tum apriva una delle borse laterali tum tum indossava giubbetto e guanti
tum tum saliva e via tum tum tum tum tum tum tum tum.
Ho scoperto dopo che era una Moto Guzzi V7 GT California 850.
In quel tempo, anche se continuavo ad avere il KTM, nacque il desiderio Moto Guzzi.
Vicissitudini varie – università, militare, matrimonio, figlie – e arriviamo al 2005: riesco a
convincere mia moglie e in garage entra una bmw 650 rotax (sempre usata, quella costruita in
collaborazione con l’Aprilia, che diventa Pegaso); ma il tarlo continua, inesorabile ed instancabile.
Salto temporale, siamo nel 2010: finalmente, e tra grandi timori (e chi l’ha mai guidata una moto
così grossa e pesante?), trovo l’annuncio sperato: Breva 1100, con ABS, del 2008 e con 10000km.
Grandissima opera di convincimento con mia moglie e, con la scusa del regalo per i 50 anni, entra
in garage lei, il mio ulivo saraceno, e finalmente, non solo entro nel rutilante mondo Guzzi – e della
fantastica gente che lo popola – ma sono riuscito a tacitare il tarlo.

Come sono diventato Guzzista: Lorenzo Cocola

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di Lorenzo Cocola

Sono sempre stato attirato dalle moto. Tuttavia, a casa, l’argomento era tabù. L’unico che mi portava a guardare la vetrina di un negozio di ciclomotori, situato lungo la strada per andare a comprare le sigarette, era mio nonno.

In generale, da bambino, ero attratto da tutti quei piccoli motori che, nonostante fossero formati da pochi pezzi, erano in grado di funzionare come per magia. Frequentavo spesso un anziano capitano di mare, che, nel suo garage, mi faceva giocare con i motori marini che sistemava e con modellini di motori a vapore.

Un’altra mia passione erano le biciclette, grazie alla loro capacità di accorciare le distanze, farmi scappare da scuola e visitare gli angoli più nascosti del territorio in cui vivevo.

Il millennio volgeva al termine e mi divertivo con i “teppistelli” di quartiere a smontare, modificare e rimontare ciclomotori; ma niente: a casa non ne volevano sapere di regalarmene uno! Troppa paura.

Solo a diciannove anni, finalmente, mi comprai una vecchia Vespa ET3. Meccanicamente molto semplice, non ancora considerata “d’epoca” fu un’affidabile compagna di viaggi e scorribande. Risiede ancora in garage ed è sempre pronta per un giretto.

Sogni e progetti, specie a vent’anni, richiedono orizzonti estesi e presto mi chiesi se esistesse qualche veicolo più appropriato per veramente viaggiare, comodi, con tutto il necessario, senza rinunciare a una meccanica semplice.
E dunque, nel 2012, comprai un Nuovo Falcone.
Aveva percorso pochissima strada ed apparteneva ad un signore che lo aveva acquistato da un rivenditore di materiale militare dismesso.

Era tutt’altra cosa rispetto alla moto usata all’autoscuola per prendere la patente, una Kawasaki che si adattava silenziosamente a un utente inesperto.  Il Nuovo Falcone no.
Pur non essendo certo una moto “difficile”, il Nuovo Falcone “insegna” come va guidato, assecondandoti o, eventualmente, dimostrandosi ruvido, recalcitrante… pare reagire al suo cavaliere.
Cavalcandolo, si intuiscono piano piano la forma e il movimento degli organi che contiene al suo interno: è una moto essenziale, priva di orpelli e ammennicoli vari, “perfetta” nella sua semplicità.

Ancora alle prese con i vari lavoretti necessari a trasformare un pezzo da museo in un mezzo adatto ad affrontare lunghi viaggi, conobbi molti Guzzisti. Era il periodo in cui i quesiti tecnici venivano risolti per lo più tramite i forum, che permettevano di condividere le proprie esperienze.
Il forum di Anima Guzzista, però, oltre a questo, serviva ad organizzare raduni e a incontrare fisicamente altri appassionati: persone delle più varie provenienze ed estrazioni sociali, accomunate da questa passione che porta a parlarci con una stessa lingua.
Ogni gita è l’occasione per visitare, in compagnia degli organizzatori locali, una moltitudine di posti altrimenti remoti, spesso difficili da scoprire.

Nel tempo, con alcuni, si è formato un legame davvero speciale anche al di fuori del contesto motociclistico. Ancora oggi, ad ogni gita può sempre capitare qualche piccolo imprevisto; ma, con una Guzzi e con amici Guzzisti si arriva sempre a destinazione, anche se con le mani unte.

Come sono diventato Guzzista: Aniello Bosco

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di Aniello “Nello” Bosco

Grippando sul GRA.

Ho cominciato con un Benelli, motorino di servizio di un panfilo. Lo guardavo abbandonato sotto i resti di una tuga e sognavo di fare viaggi avventurosi al vecchio faro o alla villa abbandonata. Lo riverniciai con un mischione di vernici di risulta e anti vegetativa, venne fuori un improbabile blue elettrico. Passai diversi pomeriggi ad allargare le luci di scarico con una raspa da carpentiere, col risultato di far incazzare i vicini di casa per il casino quando lo provavo. Esageravo sempre, mi sdraiavo una curva si e l’altra pure.
 A 14 anni ho ereditato la vespetta di mio fratello, che nel frattempo era passato al vespone 200. Giravo felice con gli amici e facevo le prime esperienze con la carburazione, getti, candele, marmitte espanse.
 Passano gli anni, arriva l’auto, ma per andare al lavoro uso il vespone di mio fratello.
 Sono i prima anni novanta è arrivata anche la benzina verde e continuo a fare miscela al 2%, purtroppo, in un paio di occasioni grippo il motore, rischiando di allungarmi sul GRA. Stavo per abbandonare le due ruote quando Nicola mi dice “te serve na moto vera !”.
 La sua Moto Guzzi V35III, me la regalava, dovevo solo fargli un po’ di manutenzione. Non era un 350, aveva messo sotto un 500 e relativa trasmissione. Mi piaceva, motore coppioso, agile nel traffico, facevo dei piegoni che con la Vespa me li sognavo. Ogni tanto allungavo la strada del ritorno andando a cercare qualche curva sulle consolari, ero sempre a manetta e cominciavo a fare esperienze con i vapori d’olio, marmitte perse, principi d’incendio. Un giorno tritai il giunto cardanico e parte della scatola del cambio, non sapevo dove trovare i ricambi e come lavorarci e feci rimontare il vecchio 350. Durò poco anche questo, si bloccò di nuovo la trasmissione e così decisi di comprare una moto nuova.
 Rimasi Guzzista con un Nevada 750, era il 1997. Cominciavo a fare qualche giro fuori porta con gli amici e passavo sempre più tempo in moto.
 Continuavo a cercare i manuali di officina, ai visto mai… e finii sul forum di Motociclismo, la sezione Guzzi era la più movimentata, ma niente manuali. Dopo poco nacque la mailing list Guzzisti, il gruppo romano si incontrava a Trastevere per aperitivi, birre, pizzate, organizzare giri in moto e scambio di manuali di officina, daje.
 Maggio 2000, primo raduno Guzzista a Certaldo, organizzato da Alberto.
 
 Una sera del nuovo millennio, all’aperitivo, Fange mi dice “su internet si trova poco o nulla di Guzzi, vorrei fare un sito Guzzista”.
 Registrai guzzisti.it e cominciammo a caricare i manuali di officina, racconti, articoli tecnici e la mitica intervista di Luca e Aldo a Carcano. Poi il forum, il no-logo AnimaGuzzsta di Goffredo … vabbé, il resto della storia Guzzista la conoscete, più o meno.

Nello

LeSPans Tour

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Un ricordo di Bruno del 2002 di Vladimiro Corbari 
 
Premessa
Avevo 42 anni ed ero entusiasta di tornare a mettere le mie “auguste chiappe” su una moto con una cavalleria “decente” dopo tanto tempo. Scrissi questo report sul viaggio, del luglio del 2002, per raccontare ai miei amici (tra cui sono noto come “Il Porcherrimo”) le peripezie fatte per risolvere i problemi alla mia Guzzi. Troverete anche una parte “tecnica” aggiunta piu’ per ricordare come si facevano certe cose che per la storia in se. Forse fin troppo descrittiva nel suo approccio tecnico-pratico. Vabbe, si può saltare tranquillamente ma a chi “mastica” di meccanica farà piacere leggerla.
Il 1000 SP dopo il grande incidente del 1989 rimase fermo alcuni anni. Lo feci rimettere a posto da un amico meccanico cheho chiamato “M”. Bravo e certosino, purtroppo non conosceva le Guzzi, non tanto dal punto di vista meccanico, dove sono moto facili da aggiustare, piuttosto sulle regolazioni necessarie capaci di farle “andare bene”. Ecco, qui era un po’ carente, dimostrando che leggere i dati su un manuale, per certe cose, non serve proprio. Con l’occasione feci montare un nuovo motore a “teste quadre” di un Le Mans lll 850 (da qui il nome LeSPans). Oddio, nuovo non era, ma stava bene e dopo una revisione la “belva” mi diede tante soddisfazioni, anche se lo tenni solo per un annetto, però solo dopo essere “passato” da Bruno Scola…
Prima Parte
Martedì 9 Luglio 2002. Ore 18.45 partenza.
Non ce la faccio piu’. La moto è difficile da guidare e carica non ne parliamo nemmeno. La mancanza di tiro ai bassi rende difficile la guida in mezzo al traffico
Finalmente l’Aurelia si libera un pò e passo sotto al cavalcavia del raccordo. Il motore bollente manda aria calda sulle gambe e sono completamente bagnato dal sudore e oggi, porcavacca, tutta Roma s’è data appuntamento tra casa mia e il raccordo Anulare.
ore 19.30.
Apro un pò il giubbotto e allungo le marce…terza, quarta e quinta… sono a 4000 giri sui 120 all’ora…di piu’ non và… cazzo sarà dura.
Sui falsopiano in discesa riesco a vedere i 5000 giri e i 140 all’ora sembrano una velocità pazzesca. Il cielo si è tinto dei colori del tramonto e la vista dei paesaggi mi distrae dalla monotonia dell’autostrada fino a Civitavecchia.
Esco sull’Aurelia e alla prima discesa allungo il piu’ possibile. il motore rimane sui 5500 giri e viaggio sui 150 sorpassando le poche auto che vanno verso nord ma è solo un momento. Capalbio…che palle ‘st’Aurelia!…Tarquinia…ronf… L’Argentario zzz eh? come? Ah si! qui ci sono stat…zzzz …Bella la Maremm…zzz Grosseto, Follonica, Cecina…zzz…
Ormai è notte. La luce del faro illumina la strada e resto come ipnotizzato dal tratteggio della riga di mezzeria quando brap!.. Brat! cazzo và a uno! Porc! Ah, è finita la benzina. Metto la riserva e mi fermo dopo pochi km al primo benzinaio incontrato.
Ariporc! Faccio 13 km con un litro di benzina e non supero i 140 neanche volendo! Devo assolutamente metterla a posto ‘sta moto… cazz! il collo già fa male e le chiappe sono lì lì.
Bevo una Pepsi media alla spina (3.25 euro!!!!) e riparto. Che serata di merda, rettilinei infiniti, la moto che funziona male, beve come un alpino e la Pepsi che costa piu’ del Chianti…
fanculo a tutti!
ore 23.00
Sono a Viareggio a casa di mio cognato e dopo una chiacchiera, una canna, una birretta, una canna, un panino col salame, la canna della staffa, vado a letto.
È mezzanotte e per le 4.30 ho messo la sveglia. Basta canne.
Cazzo che sonno! mi accoccolo sul cuscino e ddddrrrrriiiiiiinnn! È ora di alzarsi! Azz! il tempo è volato e se voglio essere a Carate Brianza da Scola in tempo, è ora di partire…
Mercoledì 10 luglio. ore 6.30
Sono felice. Dopo 450 km di pallosissimo rettilineo mi trovo di fronte le curve dell’autostrada LaSpezia-Parma, piu’ comunemente detta della Cisa.
La salita verso il valico, però, è una sofferenza. Faccio fatica a passare i camion, e tengo continuamente l’occhio sullo specchietto per togliermi all’arrivo delle auto.
Penoso.
I curvoni dell’Autostrada, sui 120 all’ora, si tramutano in variazioni di rettilineo e solo il fresco del mattino mi tiene sveglio.
Arrivo al valico e comincia la discesa. Come per le biciclette, la moto prende velocità e riesco a tenere medie dignitose. Certo piu’ di 150, in quinta, non prende e per un tratto metto la terza, apro tutto e poi la quarta, quinta e…l’ago del contagiri rimane sopra i 6000 e vado sui 180. eccolo! Mitico curvone in discesa sei mioooooo!!!! Entro col gas spalancato a 7000 giri di quarta e mi sporgo all’interno della curva. L’aria fresca mi investe con violenza e piego in curva che nemmeno Bayliss… vabbè, sono contento in ogni caso.
La discesa continua, mi metto a cantare a squarciagola nel casco… Well, it’s one for the money, two for the show… con le gambe che tengono il ritmo danzando sulle pedane scendo verso Parma alla velocità… velocità… Cazzz! ‘sta curva chiude!… Alè che vado, alè che vado! Oooooooo! Piegapiegapiegapiega! Merdamerdamerda! Fiiiuuuuuuu!!! Oh ma questa è
un’autostrada mica una statale! Minchia se era stretta! Oddiooddioddio…
eccone un’altra! Ancora un’altra!… Accidenti! Non riesco a tenere i 150…140…130… (con voce alla Fantozzi) “alla folle velocità di 120 chilometri orari il nostro eroe si immise nella Pianura Padana”.
Ancora rettilinei e traffico. Rifaccio il pieno e riparto alla volta di Carate.
Ore 8.30
Il Primo che ride lo sputo! Sono ad Agrate Brianza. Non a Carate ad Agrate.
Ho visto uno svincolo e alla voce “Brianza” sono uscito dal torpore del viaggio autostradale in un millisecondo. Nel millisecondo successivo ho preso la decisione che Brianza era sufficiente e sono uscito dalla tangenziale Est ad Agrate.
Cazzofaccioioqui? Aiutoooooo!!! Niente paura dai! I potenti mezzi messi a disposizione dal Porcherrimo, cioè me medesimo, prevedono una dettagliatissima cartina del Nord Italia… dunque… Carate, Carate… ecco qui sono a una ventina di km. Poco male, basta passare per Monza nord, Arcore, Lesmo, Agliate…
Arcore? Quell’Arcore? Dove risiede il Silvio?
Mi avvio per la strada e all’indicazione “Arcore centro” lancio l’anatema! Nè fulmini e saette, nè alluvioni e mura che crollano al suono delle trombe… nulla.
O dio non esiste o quello là è piu’ potente di quanto credevo. Vabbè io c’ho provato ma, al momento, ho ben altro da fare…
Piuttosto, sapete perchè le curve a Nord del circuito di Monza si chiamano la 1ma e la 2da di Lesmo? Ora l’ho capito anche io… proseguo il viaggio e da Arcore passo per Lesmo (paesino a nord di Monza). Chiaro no?  così, dopo aver attraversato la valle del Lambro, arrivo a Carate!
Sono all’officina Moto Guzzi di Bruno Scola. Ultimo meccanico “ufficiale” delle Guzzi da competizione. Il record delle 6 ore, 1000 km, 24 ore ecc. col V7 Sport… ma si dai! Vi ricordano nulla? Insomma è uno dei luoghi sacri della storia e cultura guzzista, così come il palazzo della VISA lo è per i biemmevvuisti. 😛
Ore 9.30
Bruno, che era uscito un attimo, finalmente arriva. Un saluto, mi guarda con una faccia strana e mi dice con l’accento Lecchese: “Io te, ti conosco?” Bruno, sono Vladimiro, Vladimiro Corbari (detto tipo Bond, James Bond!) ci siamo conosciuti al tuo stand alla Rosa D’inverno (raduno invernale a Milano in concomitanza del salone della moto che negli anni è diventato l’Eicma), ci siamo fatti una foto insieme che adesso tieni dietro la scrivania nel tuo ufficio. Ricordi? Un sorriso appena accennato e capisco di essere entrato nelle sue grazie…
Entriamo in officina. Il LeSPans riposa sul cavalletto grondando olio sul posteriore (paraolio del cardano!) e si prepara alla fine dei suoi guai.
Seconda Parte
Lo spettro di M. aleggiava sul LeSPans.
Solo Lui lo sciamano Bruno Scola poteva liberare quell’anima dannata e rendere finalmente libero lo spirito guzzista.
Furono dure ore di lavoro. Il bene rischiò piu’ e piu’ volte di soccombere.
Alla fine fu solo luce, gioia e 7500 giri di quinta.
La prima battaglia era stata vinta.
Mercoledì 10 luglio ore 9.30
Bruno girando attorno alla moto osserva particolari che io non ho mai visto e che non saprei nemmeno vedere. Sente i loro racconti e poi di botto mi chiede: “Cos’ha che non và ‘sta moto? Che devi fare?”
Gli rispondo: “Abbiamo montato un cammes B10 sotto un motore LeMans III e lo abbiamo messo sotto un telaio SP. La carburazione non ha mai convinto del tutto e ha dei grossi buchi di erogazione fino a 3000 giri e da 4500 a 6000. Insomma un vero casino. In piu’ scalda tantissimo e beve come un alpino.”
Bruno sorride (avrà fatto il militare come alpino?) e dice: “col B10 e il motore 850 “sotto” sarà sempre sporca… possiamo mettere la carburazione del LeMans I e vedrai che migliorerà… però dai 3000 in su…”
Ci rifletto sopra. Erano mesi che ci pensavo. Dentro di me la risposta la sapevo da sempre. Ho sempre usato la moto a 360 gradi, mi piace aprire il gas, ma la uso per andare a spasso, al lavoro, ci esco la sera con mia moglie per una birra e ci porto anche i bimbi a scuola. Ma adoro anche i Colli di Montebove e la Valnerina (ancora ignaro della Val Trebbia!). Allora dico: “ma un motore LeMans III, senza perdere allungo e velocità, non può essere “pieno” anche sotto?” E Bruno: “Se vuoi possiamo renderlo “un pò piu’ elastico” senza toccare gli alti”.
E come? dissi.
Bruno: Dobbiamo cambiare il cammes. Gli mettiamo il cammes che ho fatto io.
L’OSS 8,5.
Quel cammes lo conosco. Lo avevo già montato nel 1986 sull’SP col motore “ tese tonde”. Non credevo potesse funzionale anche sul LeMans. L’SP tirava già da 1000 giri, anche in quinta, ed era così regolare manco fosse un sei cilindri.
Bruno aggiunge: “Sul banco prove mio, e della Guzzi, ha dato 5 cavalli in piu’ sui California ad iniezione. Sul tuo motore ti permetterà di andare di quinta a 2000 giri e aprire andando via bene…sopra non perde niente, anzi dovresti pure consumare meno…”
Amen.
Allora, facciamolo!
Dato l’ok a Bruno mi dice che per la messa a punto può mettere subito la moto sul ponte, ma dovendo cambiare il cammes ci vuole piu’ tempo. Di Luglio la sua officina è piena di moto da fare. Quindi: per domani a mezzogiorno, va bene?
Va bene. Visto che sono venuto apposta risolviamo il problema una volta per tutte.
Telefono al mio amico Massimone (il Porcassimo) col quale c’eravamo dati appuntamento per l’ora di pranzo. Il bifido, infingardo, nonchè bastardo dentro, era sullo yacht di 35 mt con Cesare (altro amico, capitano su uno megasuper motoscafone di lusso) a pranzare a base di pesce, beati dalle onde… ma ancora a LaSpezia!
Mi metto con la mia sedia da camping, portata rigorosamente sulla moto, in un angolo dell’officina a guardare Bruno e Tiziano, il suo meccanico, mentre lavorano sulle moto.
L’antro di Scola ha qualcosa che poche officine hanno. Tutta la teoria e la pratica sulla meccanica, tutto quello che sono i racconti, gli aneddoti le grandi elaborazioni e le grandi rotture (sigh!) sono lì. Li hai davanti agli occhi, li puoi guardare e toccare. Ci sono pezzi elaborati, freschi di tornio e pronti da montare. Scatole con motori aperti in fase di riparazione o da elaborare come quello con le valvole portate a 51 e 46 (aspirazione e scarico) e la doppia accensione…uno spettacolo!
Resto lì seduto, aspettando l’infame, e passo la giornata tra storie di Guzzi e discorsi tecnici, problemi di figli e il costo della vita con l’Euro…
Ogni tanto, Tiziano, tra tagliandi e riparazioni, mi snocciola perle di saggezza guzzista tipo: “ti lamenti che l’SP ha le forcelle piccole? Ma lo sai che da quando montano le forcelle da 45 sui California ad ogni tamponata (e faccio gli scongiuri con una bella grattata), invece di piegare le canne, l’avantreno si deforma, o addirittura si spezza il
cannotto di sterzo o il telaio?”…che roba eh?
Insomma la giornata passa lenta e vado a pranzo con Bruno. Una chiacchiera a tavola tira l’altra e cominciamo a ricordare i “vecchi” tempi, le amicizie comuni e le uscite con le moto… che storie! A Mandello, il gruppo di guzzisti del suo motoclub, organizza spesso delle uscite: lui col V7 Special in testa e gli altri dietro…”Sai mi metto davanti sui 140/150 così nessuno fatica e anche i piu’ lenti viaggiano con noi. Certo ogni tanto qualcuno “allunga” un pò e poi rientra…” Come con i miei amici a Roma, penso io, che te li perdi alla prima curva! 😛
Vabbe’, il pomeriggio scorre ed arrivano clienti in cerca di una chiacchiera o un consiglio, con l’officina che si riempie di persone. Ad un tratto un lampo di genio di Bruno! Io, sempre seduto in un angolo con in mano la fotocamera, vengo introdotto all’attenzione dei presenti: “Ragazzi vi presento Vladimiro Corbari, l’ispettore di qualità per le officine della Guzzi, mandato direttamente da Mandello!”…non vi dico che facce! E per me è un invito a nozze… e dai che quelli chiedono come controllavo, come avevo fatto a diventare Ispettore della Guzzi… credo di aver detto 2654 cazzate in ventisette minuti netti!!!
Alla fine, tra Bruno che sghignazzava e Tiziano con le lacrime agli occhi, cedo anch’io e con una risatona liberatoria mi “brucio la copertura” rilassando non poco l’atmosfera generale. Però, anche solo per un attimo, che figurone!
Ore 18.30
Un rumore di bicilindrico, diverso da quelli che di solito si sentono da Scola, attira la mia attenzione…è Massimo col TRX!
Pochi minuti prima mi aveva telefonato dalla tangenziale ovest di Milano (invece che Est), perso tra le mille indicazioni delle autostrade, statali, circonvallazioni e raccordi che circondano il capoluogo lombardo…anche lui s’era sbagliato!
Al suo arrivo, in perfetto stile di Massimone, scende, saluta e tira fuori dalla borsa termica, legata tra i bagagli, una bottigliona di te freddo…ancora freddo! (quell’uomo non smetterà mai di stupirmi!)
Lo aggiorno sulla situazione e gli comunico che ho prenotato un albergo a Mandello, Il Verde, per la notte visto che la moto sarà pronta per l’indomani.
ore 19.00
Le cose si mettono bene, Bruno ha messo il LeSPans sulla pedana di lavoro e dice che probabilmente mi darà la moto per la serata… inizia l’opera di smontaggio: via i coperchi delle teste e il castelletto delle punterie, così da lasciare libere le aste dei bilancieri. Poi smonta i collettori di scarico e infine la “cartella” che copre la catena della distribuzione.
Tutto è pronto. Và davanti uno scaffale, e da una scatola, tira fuori un rotolo di carta oleata giallastra… lo apre… e dentro c’è il cammes! In quella scatola ci saranno almeno una trentina di altri involti di carta. e li accanto, sul bancone, ce ne sono altri tre in bella vista…
Poi si avvicina al tornio (non poteva mancare in un officina così) e lo mette tra i mandrini. Gli chiedo che cosa vuole fargli e mi spiega che vuole togliere qualche “decimo” dal corpo del cammes nello spazio tra le olive delle alzate, così il bicchierino della punteria scorrerà solo sulla superficie dell’alzata e non potrà avere “eventuali”, seppur minime, interferenze con altro.
Resto incantato a vedere Bruno che tornisce le parti “eventualmente” eccedenti del cammes.
L’atmosfera è rilassata ma carica di emozioni. Il cammes, una parte fondamentale, per la qualità del rendimento di qualsiasi motore è lì davanti a me. L’intervento di rifinitura “manuale” conferisce all’oggetto, tecnicamente freddo e perfetto, il tocco dell’artista. Il calore dell’esperienza umana, personalità e fascino… incredibile. L’ultimo ritocco, per togliere eventuali bave di tornitura, è a mano, con la lima, e poi una passata di tela abrasiva finissima…
La passione per questo lavoro traspare dalle azioni dell’artigiano… o forse qualcosa in piu’, visto che alcune sue soluzioni meccaniche sono diventate “ufficiali Guzzi”. Un genio all’opera.
Penso a M., e istintivamente faccio il paragone con Bruno. Improponibile. Non credo, infatti, che Scola sarebbe in grado di mettere le mani così efficacemente anche su Yamaha, Honda o altre marche così come M ha trovato i suoi limiti oggettivi nella messa a punto del LeSPans… in ogni caso ne è venuto fuori proprio un bel lavoro e Bruno, mentre gira attorno al motore mi fa i complimenti per l’accuratezza di alcuni particolari (la bulloneria in acciaio inox, i comandi Honda tutti a destra, i tubi freno in treccia…ma storce il naso sulle coperture in teflon bianco dei tubi) 😛
Tecnica e pratica meccanica – inizio
Comunque a quel punto, dopo aver tolto la terna di ingranaggi e relativa catena della distribuzione siamo al momento fatidico.
Prima chiede a Tiziano di legare le aste con l’elastico e poi inizia a far ruotare il cammes “vecchio” nella sua sede.
Sarà meglio che spieghi il perchè di questa procedura.
Le aste, che muovono i bilanceri delle valvole, sono poggiate, in basso, sui bicchierini della distribuzione. Sono questi, che a contatto con la superficie delle alzate del cammes, muovono le aste che muovono i bilancieri che aprono le valvole (meglio della canzone Alla Fiera dell’Est eh?) Quindi i bicchierini, togliendo il cammes cadono nel motore e per riprenderli, se non si incastrano tra bielle e albero motore, è necessario smontare la coppa dell’olio e andare alla ricerca… quindi è meglio legare la sommità delle aste con un elastico, ben teso, così da spingerne la base a contatto con il bordo del bicchierino bloccandolo nella guida del carter ed impedendogli, cammes o no, di cadere. A questo punto facendo ruotare l’albero, le alzate spingeranno i bicchierini verso l’alto e sarà possibile sfilare tranquillamente l’albero e infilare
quello nuovo.
Tempo necessario all’operazione (elastico, ruota, sfila e infila) quattro minuti e ventidue secondi.
Rimonta gli ingranaggi e catena della distribuzione, chiude il carter e rimonta l’alternatore (così da poter ruotare l’albero motore a mano per regolare l’anticipo) e in altri dieci minuti rimonta il castello della distribuzione, i bilanceri e poi regola le valvole (vi assicuro che vederlo
fare da Scola sembra perfino piu’ facile di quello che è) e richiude il tutto…
Gran finale!
Mercoledì 10 luglio ore 20.00
La moto è praticamente rimontata… gli ultimi clienti distraggono Bruno che deve interrompere spesso l’operazione LeSPans…
Siamo alla seconda fase, altrettanto importante: la fasatura dell’anticipo e la carburazione.
Muovendo l’albero, Bruno, porta i cilindro destro in compressione e poi dal foro sul carter cerca i segni di riferimento sul volano per l’anticipo.
Tira fuori, per l’occasione, l’attrezzo speciale…una lampadina a 12 V con due fili, uno rosso e uno nero, con in fondo due morsetti! Dopo averne collegato uno alla puntina e l’altro a massa, sul pedale del freno, infila un cacciavite nel foro e fa ruotare di poco il volano…la lampadina si accende e segna il passaggio di corrente alla puntina (quindi chiusa).
Con M. avevamo parlato spesso della fase… nel suo atelier di meccanica, lussureggiante di attrezzature incredibili, mi mostrò la pistola stroboscopica che, secondo lui, era “obbligatorio” usare in questi casi pena imprecisioni intollerabili.
Sicuramente la strobo sarà anche uno strumento iperpreciso ma, a quanto pare, l’occhio, l’esperienza… e la lampadina di Scola gli hanno fatto “un culo così!”… 😛
E qui viene fuori (oltre al cammes troppo scorbutico) il secondo “vero e grande” problema del LeSPans: Lo spinterogeno.
Gli spinterogeni Guzzi, per questi motori, sono di due tipi A e B. Entrambi permettono di regolare l’anticipo del cilindro destro praticamente a piacere…ma per il sinistro no.
il tipo A (di solito montato su SP, T4, T5 ecc.) permette di variare la posizione della puntina del cilindro sinistro, quella in basso per capirci, di + o – 3 gradi. Questo è possibile attraverso una piastrina mobile su cui la puntina “sinistra” è montata. Il tipo B invece permette un aggiustamento di ben + o – 8 gradi!!! Quindi il LeSPans, oltre al cilindro dx con due gradi
di troppo di anticipo, aveva il sx con 4 (dico quattro) gradi fuori dal dx,
quindi 6 gradi “fuori” in tutto.
Bruno riduce l’anticipo del dx e porta il sx a “solo” un grado di differenza… di “quanto” abbia anticipato (a quanto ammonti il valore della regolazione) resta un mistero che sarà sciolto misurando l’anticipo attuale nei prossimi giorni…
Finita la fase (altri dieci minuti) Scola smonta i coperchi dei carburatori per cambiare gli spilli.
Ma quel punto mi chiede di prendere una valigetta sullo scaffale lì di fianco. Al suo interno tanti suddivisioni con altrettanti tipi di spilli e mi chiede: mi prendi due K5? …Cerco tra i piccoli scomparti e vedo una marea di K, di V…da perderci la testa!
Io ho i K18 sul LeSPans (stiamo parlando dei carburatori phf da 36 della Dell’Orto…) e dentro quella benedetta valigetta, ne vedo (in base al numero delle suddivisioni) piu’ di una ventina tipi! …e se ognuno è in grado di modificare la carburazione come è stato per la mia moto… che roba!!!! Ce n’è veramente per tutti i gusti…
Infine la rmetto a posto sopra le altre due dove c’è scritto – getti piccoli/minimo – e -getti medi e getti grandi- il paradiso della carburazione!
Bruno, quindi, apre i carburatori e cambia gli spilli per poi richiuderli e… e…. e….mettere in moto! “Ci dovrebbe essere un pò di benzina nelle vaschette no?” mi dice, preme il pulsante dell’avviamento e broouuummm….al primo colpo! Quindi gira un pò di viti di regolazione e senza toccare nient’altro rimette il serbatoio. Mi guarda e fa: va a provarla…
Ohè dico! Ma i getti del massimo? Quelli del minimo? La pompa di ripresa? Il Polverizzatore?….e l’allineamento dei carburatori, il vacuometro?…niente?
Mi chiede: Che getti hai su? Rispondo: 145 al massimo, 40 il minimo e
il polverizzatore è l’AB265…
Sorride e ammiccando verso la strada ripete: vai, provala…
Tecnica e pratica meccanica – fine
La moto dovrebbe essere finalmente a posto, monto sopra e metto in moto.
Massimo, nel frattempo, si munisce di martello perchè “è stanco di vedermi soffrire”. Così se la moto non fosse andata bene nemmeno ora mi avrebbe “finito” a martellate lì sul posto… in fondo meglio un amico che uno sconosciuto no? 😛
Metto la prima e parto…tocco appena il gas e la moto schizza in avanti… sono a 2000 giri… metto la seconda….la terza… sono a 2500 giri… apro il gas… e la moto va via liscia e con una spinta sconosciuta prima!.
Azzardo la quarta e la quinta e lascio calare il motore a 2000 giri… apro il gas con decisione e… vengo catapultato in avanti da una spinta vigorosa che si irrobustisce decisamente fino ai 4000 giri!!!! Manco fosse un 1000 di cilindrata!!!! Un motore Le Mans che sotto gira come una “turistica” e sopra rimane col suo carattere!
E’ fatta!
Torno all’officina e Massimo mi viene incontro col martello… ma col sorriso che ho capisce al volo anche lui!
Ore 21,00
Resto con Bruno che sarei ripassato la mattina dopo per vedere il getto del massimo e pagare il conto. Grande fiducia di Bruno! ‘ché contento come sono me ne andrei subito fino a capo Nord!
Invece partiamo in direzione Lecco, alla volta di Mandello e sulla superstrada (gongolando come mai) tiro le marce… terza, 6000 giri. Quarta. Apro il gas con decisione e il motore da 5000 giri risale rapidamente verso la zona rossa. Cazzo sono a 180 di quarta a quasi 7500 giri. Metto la quinta e sento che il motore sale imperturbabile. Chiudo il gas per il traffico (e per Massimone che è rimasto un pò indietro sorpreso dalla sparata!) ma godo come un maiale a camminare
di quinta da 40 ai 160 all’ora sulla strada piena di curve…
Ah dimenticavo! Sulla moto c’erano pure le tre borse cariche! E il motore tirava comunque ai bassi e in salita! Non ci sonopiu’ abituato, incredibile! Tutta un’altra cosa! Finalmente! Era ora! Meglio tardi che mai!
Il mattino seguente siamo ripassati da Bruno. I getti del max vanno bene. Pago. Il conto è di 313 Euro, compresi i parateste/paracolpi di alluminio lucidato che ho fatto montare e il costo del cammes scontato del reso (gli ho lasciato il B10).
Soldi benedetti.
Epilogo.
Il resto del viaggio, che richiederebbe esattamente lo stesso tempo passato sulla moto per essere descritto, sarà uno dei piu’ belli che abbia fatto.
La mitica coppia Massimone e Vladimiro, ormai inarrestabili quarantenni, si esibirà in tortuosissimi avvicinamenti verso Roma passando per luoghi incantevoli e piste camuffate da strada. Toccherà il porto di La Spezia da Cesare/Simbad, pranzo in Garfagnana e il rifugio montano in Abbruzzo di Giuseppe, si incontrerà col Canaro, in Umbria, si scontrerà con la grandine sulla piana di Castelluccio.
Un grande grazie a Massimo che mi dà sempre una mano (battuttaccia!) e perfetto compagno di viaggio.
Come sempre un amico. In cambio ho dovuto svelargli uno dei ristoranti segreti di famiglia! E se un giorno vi porteremo con noi dovrò bendarvi prima! 😛
Il LeSPans col motore quasi perfetto (devo trovare uno spinterogeno tipo B, cazzo!) cammina come il vento ed emergono tutti quei “difettucci” che prima non era possibile vedere: La forcella poco scorrevole e troppo “dura” (in pista andrà pure bene così, ma sui sanpietrini ti sciaqua il
cervello già sopra i 10 km/h!), il paraolio del cardano che perde sulla ruota, il cavo del gas che si rompe e quello della frizione che è lì, lì…e il relè del motorino che si riempe d’acqua quando piove…
Rimedierò a tutto piano, piano… è un amore che finalmente può sbocciare e una moto così te la devi “crescere” prima di potergli affidare la tua vita entrando in curva alla Porcherrimo no?
Non è una moto qualunque. È il LeSPans.
Sipario.
Applausi.
Inchino.
Casco in testa e VIAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Il Porcherrimo on the road again
Vladimiro e Bruno Scola

Come sono diventato Guzzista: Alessandro Martorana

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di Alessandro Martorana

Ho 63 anni e sono diventato guzzista pochi mesi fa.

Faccio circa 100 km al giorno per andare e tornare dall’ufficio e l’ho sempre fatto in scooter. Un paio di anni fa ho deciso di imbarcarmi nell’avventura di acquistare una moto “vera” e, dopo aver fatto una lezione di scuola guida per imparare a usare il cambio sequenziale, ho preso un enduro stradale italocinese. Da allora sono iniziati i problemi. Non mi ci sono mai sentito sicuro e le cadute da fermo non si contavano. E alla mia età certe cose vanno evitate.
Prima di abbandonare il “progetto moto” e tornare agli scooter con la coda tra le gambe ho fatto il corso di guida sicura moto all’autodromo di Vallelunga. Da lì è cambiato tutto e le naked nipponiche che ho utilizzato mi hanno fatto capire che il problema non ero io, ma il tipo di moto. A quel punto ho iniziato a guardarmi intorno per fare una permuta con una moto più adatta a me. Da tempo ero attirato dalle Guzzi v7 per tutto quello che incarnano per noi italiani e ho fatto una prova su strada presso un noto concessionario della capitale. Ho provato una nuova V7 sport ed è nato un amore. In quei 20 minuti di prova sono stato letteralmente drogato e ammaliato da quelle vibrazioni che tutti voi conoscete bene ed ho acquistato una v7 special del 2021 usata.
Da quel momento in poi ogni occasione era buona per prendere la moto anziché l’auto (mentre con l’italocinese ogni scusa era buona per lasciarla in garage). L’amore è andato via via aumentando e in questi giorni sto ritirando la mia seconda Guzzi: un California jackal del 2002 che ho preso usato ed ho automaticamente lasciato da uno dei più noti meccanici Guzzi di Roma per farlo sistemare al meglio.
La v7 sarà la mia compagna quotidiana; il California invece sarà la mia moto per viaggi e passeggiate e a settembre voglio andarci a Mandello per i Guzzi days e a visitare la nuova factory. Inutile dirvi che gli scooter manco li guardo più. 😊🦅
 

Ciao Bruno…

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Questa mattina del 16 gennaio il risveglio è più brutto di quel che mi aspettavo…. una volta aperti i social per controllare che non ci fossero annunci strani e vendite sul gruppo la prima cosa che compare è invece la notizia della scomparsa di Bruno Scola, si proprio lui, controllo sconfortato altri canali e la notizia è confermata ahimè….

Se n’è andato un pezzo importante di Moto Guzzi, non solo per noi di Anima Guzzista, ma proprio per Moto Guzzi tutta e per tutta la pletora di appassionati che vivono intorno a questo marchio.

Quando l’ho detto a mio moglie mi ha ingenuamente chiesto chi fosse, non conosce così bene la Guzzi come noi d’altronde, e mi sono sentito di rispondere semplicemente “il più grande meccanico Moto Guzzi di sempre”….

Ecco lui era quello per me, io sono cresciuto intorno al marchio Moto Guzzi sentendo sempre, sempre parlare di Scola, degli alberi a camme, delle doppie candele, dei volani allegeriti… quando volevi far volare la tua Guzzi c’era una sola strada da seguire quella tracciata da Bruno Scola, e lui per altro era anche famoso per essere un personaggio alla mano, non era certamente un divo, era uno di noi.

Era una persona semplice e cortese, sempre sorridente, sempre. C’era sempre un consiglio per chiunque e per noi Anime era come fosse quella figura famigliare su cui puoi sempre far affidamento.

Quando un meccanico a cui ti rivolgevi ti doveva confortare su una diagnosi, sentire che citava Scola ti faceva già stare tranquillo perchè se lo fa Scola allora è giusto, come fosse un testo sacro.

Su di lui hanno scritto molto meglio di me i miei predecessori e trovate anche un bellissimo capitolo sul libro Moto Guzzi, quindi evito di sprecare altri caratteri, non sarei in grado di rendergli omaggio correttamente.

Una cosa però voglio farla e la voglio fare in qualità di Presidente a nome di tutta la APS Anima Guzzista, voglio ringraziare Bruno Scola per tutto quello che ha fatto nel corso della sua vita per Moto Guzzi, senza di lui la Guzzi non sarebbe quello che è oggi, senza di lui non avremmo le stesse moto che abbiamo oggi, quindi grazie Bruno ti saremo eternamente grati ed eternamente debitori.

Un caro abbraccio alla famiglia da parte di tutta Anima Guzzista.

 

Sul forum posteremo i riferimenti dei funerali appena ne avremo notizia.

 

Come sono diventato Guzzista: Alberto Osti

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di Alberto “Pano” Osti

Da piccolo c’era una foto che vedevo sempre, appesa al muro della taverna.
Mia madre seduta sulla sella di una California 850 T3, tutt’intorno la neve.

Ogni volta che chiedevo ai miei genitori di raccontarmi le avventure vissute in sella a quella moto, però, ricevevo risposte vaghe. Dicevano solo che avevano girato tutta l’Italia prima di iniziare a pensare a me. Poi, per completare i lavori in casa, erano stati costretti a venderla. Fine del racconto.

Gli anni passarono e io conobbi il Govoz grazie alla Vespa. Tante avventure con lui e con altri amici vespisti… eh, ma le Guzzi…!
La voglia di una Moto Guzzi cresceva, ma quale scegliere?
La moto che mi faceva battere il cuore già esisteva, era reale: troppo impegnativa per essere la prima, troppo importante e, senza dubbio, troppo costosa.

Ma sapete chi è il Govoz, vero?
Figlio della mitica ed energica Tatiana e del quieto e saggio S558: chi meglio di loro poteva aiutarmi a innamorarmi dell’anima Guzzi? Sono rimasto folgorato dal loro spirito travolgente, dall’accoglienza e dal calore di quella enorme famiglia che sono la Tatian’s Family e i guzzisti.

Così, dopo un po’ di ricerche, nel 2012 arrivò in garage la piccola Nevadina rosso bordeaux.

Le prime avventure mi portarono a conoscere altri amici dell’Anima Guzzista e altri innamorati di questo mondo. Non scorderò mai il mio primo Calincontro Eridico. Con il tempo, però, la Nevada iniziava a starmi stretta: volevo qualcosa di più energico, più massiccio.
Dentro di me sapevo già quale fosse quella Guzzi: disegnata da Miguel Galluzzi, stupenda, magnetica… semplicemente fuori portata.

La California 1400 mi stava aspettando. Era solo questione di tempo.

Dal 2020, finalmente, è lei la mia affidabile compagna di viaggio.
Oggettivamente un po’ ingombrante…ma basta non farglielo sapere.

Mio padre inizialmente era scettico. Poi, una volta portata a casa, le girò attorno piano piano e disse:
— È bellissima. Portami a fare un giro.

Avrebbe voluto guidarla lui, ma le forze non glielo consentivano più.

In questi anni sono riuscito anche a rivedere la vecchia California 850 T3 di mio padre. Mi portò a vederla a casa di amico che la custodiva per motivi burocratici dell’attuale proprietario. L’emozione nei suoi occhi diceva tutto. Non mi raccontò mai davvero le avventure vissute su quel ferro ormai arrugginito e malconcio, ma so una cosa: anche se molti non considerano la 1400 una “vera” California, in quel grosso bicilindrico pulsa lo stesso cuore della sua vecchia 850.

Ed è per questo che sono diventato guzzista.

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