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Ospitalita’ Russa

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di Sergio “Jejo” Freschi

 

Volevo raggiungere Anapa una cittadina posta sul mare a una quarantina di chilometri da Novorossijsk in Russia a due passi dalla Crimea. Il cielo terso, non dava segni d’inquietudine, pareva che quella sera dovesse durare all’infinito. Viaggiavo da almeno dodici ore ma non avvertivo fatica. Ero felice.
Ma all’improvviso in fondo al cielo comparve un esercito di nuvole e un vento di burrasca cominciò a soffiare. Amareggiato misi da parte ogni velleità e dando gas con energia, puntai deciso in direzione di una cittadina che vedevo in lontananza. Ci arrivai al buio.
Lentamente mi avvicinai a due signori e rimanendo in sella chiesi loro dove potevo trovare un hotel nelle vicinanze. I due si interrogarono con lo sguardo e dopo un attimo d’esitazione, quello a me più vicino, mi comunicò con parole affrettate che l’hotel c’era, ma non in quel posto. Nella sua lingua incomprensibile e gesti sempre più ampi, mi illustrò la via più breve per arrivarci.
Non compresi una parola ed egli accortosi del mio disagio, mi fece segno di seguirlo. Salì in macchina insieme al suo compare e in tutta fretta mi portarono, dopo un tragitto lungo e tortuoso, nel parcheggio antistante un piccolo motel.
Era al completo. Nel dirmelo il russo parve costernato. Davanti al mio smarrimento, rimase inquieto, poi parve colpito da un’illuminazione. Risalì in macchina e ad ampi gesti mi invitò a seguirlo nuovamente.Arrivammo davanti a una pozza d’acqua grande come un lago dove la sua auto sprofondò per riemergere fra schizzi e onde di riflusso. Lo seguii: gambe levate fino al manubrio e l’acqua all’altezza del motore.
Mi fece segno di portare la moto sotto la tettoia, dietro al furgone. Era casa sua. Confabulò con la moglie piuttosto sorpresa e la sollecitò ad andare a prendere dell’acqua al pozzo con due secchi che le porse con impazienza. Mi fece cenno d’entrare e di mettermi a mio agio su una delle tre sedie a disposizione nella piccola cucina.
La stanza minuscola con due finestre coperte da tendine, ospitava un forno a gas con piastre, un mobiletto che fungeva da credenza, un minuscolo lavandino sormontato da uno specchio senza cornice e un tavolo in tubi saldati, con il piano in truciolato coperto da una cerata. Da un lato una tenda copriva l’ingresso nella camera da letto adiacente. Non c’era il bagno e neppure acqua corrente e quello che ancor più m’impressionò, non c’erano neppure altre stanze, se non si considerava l’ampio atrio che fungeva da deposito di tutto della porta d’entrata.
A motti e mozziconi di parole, cercai di fargli intendere che avevo la mia tenda da montare. Non sentì ragioni e con decisione ed energia, lo vidi aprire una porta e sparire. Ricomparve a più riprese con bidoni di vernice, pennelli, aste, attrezzi da lavoro di ogni tipo, carrucole, corde, parti mobili di impalcatura, assi e alcune sedie sbrindellate.
Volevo aiutarlo, ma mi fece cenno di rimanere tranquillo: ci avrebbe pensato lui. Arrivò la moglie, seguita dall’amico, il quale, dopo aver versato l’acqua dai secchi in un enorme pentolone, bevuto un cicchetto, se ne andò.
Mangiai un boccone che la donna premurosamente mi offrì, dopodiché, con l’acqua riscaldata e la signora a versarmela nel cortile con un coppo, mi feci una mezza doccia. Quando rientrai in casa, fresco come una rosa, trovai l’uomo che armeggiava con del filo elettrico per portarmi luce in quello sgabuzzino trasformatosi in camera per l’occorrenza.
Dormii lì, con due sofà sbrindellati messi l’uno in fronte all’altro a far da teste al mio letto posticcio e la porta della stanza come piano a un materasso improvvisato in gommapiuma con larghe chiazze di colore. Mi alzai piuttosto sciupato quella mattina e non completamente riposato: la maniglia non mi aveva dato tregua. Mi attendevano una colazione abbondante, un sacchetto in plastica con due pomodori e due cetrioli, per il viaggio, due abbracci intensi e….qualche lacrima.