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Un pomeriggio infrasettimanale a Casa Moto Guzzi

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… dopo il primo editoriale dell’anno da una storia dispersa nel web
di Paolo Gambarelli

 

Interpreti:

La Follia è la Moto Guzzi.

La Curiosità, la Tristezza, la Fretta, la Sapienza, la Pigrizia, la Gioia, la Timidezza, la Modestia, la Paura, l’Imprecisione, la Popolarità, la Bellezza, l’Operosità, l’Indecisione, la Seduzione, l’Appropriatezza, l’Ingordigia, la Disperazione, la Competizione, Il Dolore, l’Invidia, la Saggezza, il Dubbio, la Forma, l’Ingegno, la Stanzialità, l’Accordo, la Minchioneria, l’Inquietudine, l’Ossessione, la Pazienza, l’Arrendevolezza, la Memoria, la Corruzione, la Spensieratezza, la Felicità, il Trionfo, la Superficialità, la Precisione, l’Agilità, la Lungimiranza e l’Orgoglio, i suoi amici e dipendenti.

L’Amore, le sue Anime Guzziste.

La Follia, come ogni pomeriggio, decise di invitare i suoi dipendenti e tutti i suoi amici a prendere un caffè da lei.
Dopo il caffè, la Follia propose: “Si gioca a nascondino?”.
“Nascondino? Che cos’è?” – domandò come ogni volta, la Curiosità.
“Nascondino è un gioco. Io conto fino a 1957 e voi vi nascondete. Quando avrò terminato di contare, cercherò e, il primo che troverò, sarà il prossimo a contare”.
Accettarono tutti ad eccezione della Paura e della Pigrizia.
Anche la Sapienza e la Saggezza, da sempre amiche inseparabili, da tempo dopo il caffè preferivano farsi i loro bellissimi giri lungo il lago con le loro antiche moto.
La Lungimiranza era talmente avanti che a quel gioco giocava sempre il giorno prima, perciò, anche questa volta, come tutti i giorni prima, non poté giocare.
“1, 2, 3.” – la Follia cominciò a contare.
La Fretta si nascose per prima, dove le capitò.
L’Ingegno, dopo poco, disse alterato: “Non rompetemi l’anima che ho altro da fare” e se ne andò.
L’Indecisione, che grazie al suo nome, fin dalla nascita si era posta l’obiettivo di aderire, come un camaleonte ostaggio della sua pelle, alla tendenza del suo tempo, anche quel giorno non era riuscita a scegliere un colore dominante per i suoi abiti. Vestita così come ogni volta dei mille colori dell’arcobaleno, intuì che non sarebbe riuscita a mimetizzarsi come tutti avrebbero voluto.
L’Operosità, con la medesima solerzia di ogni pomeriggio, pretendeva di giocare compilando alacremente nuove regole senza capire che il gioco consisteva semplicemente nello nascondersi.
Precisione e sua sorella gemella Imprecisione erano grandi giocatrici. Non solo in questo divertimento pomeridiano, ma soprattutto in quello serale, dove ogni volta si giocavano d’azzardo quell’-im- di troppo che le contraddistingueva; sera dopo sera, giorno dopo giorno, anno dopo anno.
Alla Memoria, quella storica, legarono subito un lungo filo al dito per ricordarle almeno dove si sarebbe nascosta.
In questo gioco l’Appropriatezza si applicava finalmente in modo appropriato; tuttavia in molti, tranne lei, avevano intuito che anche il solo giocare con un semplice modellino di una Moto Guzzi e le sue caratteristiche tecniche, richiedeva un’identica anche se speculare appropriatezza dei propri comportamenti. Colei che dunque avrebbe dovuto benevolmente contagiare, contaminava ed infettava, e per questo, forse, era sempre quella che si nascondeva, a suo dire, nel modo più appropriato poiché erano gli altri a nascondersi da lei.
La Superficialità era super come il suo nome. Ma proprio la continua ed ottusa brama di superarsi in ogni cosa, le impedì anche questa volta di intravedere il significato nascosto di quel gioco; si mascherò così, senza nemmeno toccarla, con la superficie del primo oggetto che le capitò sotto gli occhi.
L’Orgoglio non ebbe dubbi e come ogni volta andò a nascondersi al Museo; ma dato che ormai tutti sapevano dove si sarebbe nascosto, lo abbandonarono al proprio destino museografico lasciandogli comunque intendere che avrebbe fatto parte del gioco. Lo avrebbero poi recuperato a fine giornata.
La Corruzione, anche quel pomeriggio aveva uno strano comportamento; è probabile che non avesse ancora ben capito le regole del gioco.
La Seduzione era un mistero un po’ per tutta la compagnia. Da tempo in molti si chiedevano il perché, anche se tutti erano indistintamente attratti dai suoi nascondigli; probabilmente perché non erano mai completamente nascosti, ma semplicemente velati.
Dell’Ossessione, si diceva che in questo gioco era quella più preparata e colei che conosceva il maggior numero di nascondigli; ma quarda caso, utilizzava sempre lo stesso. Anche lei era un mistero un po’ per tutti.
L’Agilità, che ormai aveva la sua indubbia età, si mise a correre come gli altri ma con una scioltezza mai vista. Tutti allora compresero che il suo era un problema squisitamente mentale e non motorio.
Anche la Bellezza, senza proferir parola, iniziò a correre; sembrava non fermarsi più tanto era bella, fino a quando, incontrando una grossa duna di sale vi si nascose dietro e poi dentro. Forse per conservarsi meglio e nulla di più.
Il Dolore, incurante di tutti e di tutto, corse per la prima volta in mezzo al prato e incontrò la Gioia; lì, ora, mentre l’uno inchiodava l’altra riannodava, finchè entrambi finalmente compresero l’inutilità del loro reciproco nascondersi.
L’Arrendevolezza era ormai da tempo diventata l’unica rappresentazione possibile dell’indulgenza che permeava quel luogo ora dedito per convenzione allo svago costruttivo. Il gioco del nascondersi era allora di fatto per molti il teatro di quella rappresentazione.
La Timidezza, timida come sempre, si nascose dietro il suo sguardo.
La Popolarità, era ormai un caso clinico non avendo ancora compreso che il continuo nascondersi l’avrebbe prima o poi portata all’autodistruzione.
Ogni giorno che passava, l’Ingordigia era sempre meno sazia di vittorie; da tempo, anche in questo gioco del nascondersi aveva smesso di correre. Ora, si adagiava sul terreno e su se stessa si rotolava sempre più veloce verso il lago come fosse una palla di neve che rotolando, sempre più s’ingrossa e si sazia del proprio unidirezionale destino.
La Modestia che per sua stessa ammissione non anelava a più di tanto, era amica un po’ di tutti, forse proprio perché non dava e chiedeva più di quello che ciascuno si aspettava. Non era mai sola nello nascondersi; un giorno con uno ed un giorno con l’altro.
Per la Forma, il progetto del nascondersi, era divenuto sempre più una formalità e sempre meno una questione di qualità; purtuttavia, non aveva ancora ben compreso se tutto ciò fosse positivo o negativo. Nel frattempo continuava a nascondersi come meglio poteva.
La Stanzialità, dopo essersi separata dal Nomadismo per probabili incompatibilità logistiche, si stabilì definitivamente in questo luogo chiamato Moto Guzzi. Per realizzare questo sogno vitale aveva avuto bisogno di tutta la sua arguzia ed intelligenza. Ben presto infatti, plagiò di sé tutta la compagnia fino a quando, come un mollusco, iniziò a mangiarsi il cervello poiché non aveva più necessità di usarlo per trovarsi un posto migliore. Inutile dire che in questo elementare gioco del repentino nascondersi trovava ora molta difficoltà.
La Competizione sembrava invece essere quella più a proprio agio; era talmente scaltra e veloce nello spostarsi da un nascondiglio all’altro, che fu subito ovunque e al contempo in nessun luogo.
La Tristezza cominciò a piangere, perchè non trovava un angolo adatto per nascondersi. Sembrava non la finisse più finché, come per incanto, trovò alcuni ridenti salici piangenti.
La Spensieratezza, da sempre abituata ad aleggiare, implacabilmente inciampava in un pensiero altrui, ma anche questa volta, senza pensarci più di tanto, riuscì a nascondersi.
L’Invidia si unì al Trionfo e si nascose accanto a lui dietro ad una grande coppa.
La Felicità che in Casa Moto Guzzi doveva essere, per forza delle cose, il connubio tra lo spirito d’animo e lo spirito di corpo, era sempre più triste ogni volta che vedeva riflessa l’incompletezza del suo volto. Decise allora di rimanere immobile ed invisibile nascondendosi nella sua intimità.
L’Inquietudine ogni pomeriggio era solita venire a giocare in quiete. Questo insolito e contraddittorio atteggiamento causava a coloro i quali trovavano il coraggio di guardarla negli occhi, un tale turbamento che ben presto quasi tutti smisero di cercare di capire, così, lei, sempre più sola e incurante degli altri continuava il suo segreto gioco.
La Minchioneria, era ormai divenuta un’importante e riconosciuta studiosa delle cose guzziste. In molti la cercavano e l’adulavano, tanto che quel gioco pomeridiano era per lei l’unica occasione per emanciparsi dalla notorietà; l’unica allegorica occasione per nascondersi dalla pressante ribalta internazionale. Anche per quel gioco era diventata subito un riferimento assoluto.
La Pazienza, era stata eletta da alcuni giorni capo della banda di Sopportazione, Tolleranza, Obbedienza, Riguardo, Longanimità, Subordinazione, Soggezione, Adattamento, Clemenza, Indulgenza, Diligenza, Assiduità, Sottomissione e Rassegnazione. Tutti intuirono la gravità e la pericolosità immanente della situazione anche se quel pomeriggio, forse l’ultimo, la banda andò comunque a nascondersi.
La Follia continuava a contare mentre tutti si nascondevano.
La Disperazione era disperata vedendo che la Follia era già a 1956.
L’Accordo, ogni volta attendeva le prime sillabe del 1957 per andare a nascondersi dietro la grande statua di Olimpia dea e città del sogno olimpico. In questo luogo dell’antico equilibrio instabile delle due ruote divenuto ora luogo del disequilibrio stabile, Olimpia si mostrava sotto le sembianze di una moto da corsa. Una motocicletta rossa come il fuoco della passione, verde come la speranza, bianca come candida è la purezza, infine azzurra come azzurro è il cielo che tutto contiene e al contempo tutto dipana. Olimpia, monito per il nuovo millennio cui nessuno, tranne l’Accordo, aveva finora osato avvicinarsi.
Per tutti, ogni angolo della mente ed ogni anfratto del corpo erano pervasi dalla presenza di un’assenza: il sogno fatto speranza che ciascuno custodiva come proprio personale segreto. Era il sogno dell’eterno ricongiungimento del passato col futuro; era la speranza in un sogno, ora riposta in colei che sempre tutto ciò rese facile.
“MILLENOVECENTOCINQUANTASETTE! – gridò la Follia – Comincerò ora a cercare.”
La prima ad essere trovata fu la Curiosità, poiché non aveva resistito ad uscire per vedere chi sarebbe stato il primo ad essere scoperto. Guardando da una parte, sopra un recinto di pietra imbrattato con il titolo del primo editoriale dell’anno, la Follia vide il Dubbio che non sapeva ancora da quale lato si sarebbe meglio nascosto. E così di seguito scoprì la Gioia, la Tristezza, la Timidezza e tutti gli altri.
Quando tutti furono riuniti, la Curiosità domandò: “Dov’è l’Amore?”.
Nessuno l’aveva visto.
La Follia cominciò allora a cercarlo.
Cercò in cima alla montagna, nei fiumi, nel lago, sotto le rocce, ed anche dietro gli enormi ammassi rottamati di ferro, alluminio ed altre leghe. Ma non trovò l’Amore.
Cercò per tanto e tanto tempo, ovunque, finché un giorno vide un rosaio, prese un pezzo di legno e cominciò con foga a cercare tra i rami, allorché ad un tratto sentì un grido. Era l’Amore, che gridava perchè una spina gli aveva forato un occhio. La Follia non sapeva che cosa fare. Si scusò, implorò l’Amore per avere il suo perdono e arrivò fino a promettergli di seguirlo per sempre.
L’Amore accettò le scuse.
Oggi, l’Amore è cieco e la Follia lo accompagna sempre.

Ma la Passione, lei, non si è mai saputo dove fosse. Si dice solo che sia un’Anima libera e vagabonda.

dedicato a Cecilia